di Andrea Telara

Hanno raccolto una montagna di soldi negli anni scorsi e ora, dopo una fase di alti e bassi, faticano a rimettersi in marcia. Stiamo parlando dei Piani individuali di risparmio (Pir), una categoria di prodotti finanziari (per lo più fondi comuni) nata più di tre anni fa per sostenere l’economia italiana e agevolare gli investimenti delle famiglie nei titoli delle piccole e medie imprese.

Nel 2017 e nel 2018, i Pir hanno raccolto complessivamente quasi 15 miliardi di euro. Poi, nel 2019 hanno subito una battura d’arresto (con deflussi per 700 milioni), a causa di alcuni vincoli sulle loro politiche d’investimento introdotti dal primo governo Conte e dalla maggioranza giallo-verde che lo ha sostenuto fino all’anno passato. Dopo le proteste di molti addetti ai lavori dell’industria del risparmio gestito e dopo il cambio di maggioranza a Palazzo Chigi, i vincoli sono stati allentati per dare nuova linfa alla raccolta dei Pir. Tuttavia, i Piani individuali di risparmio stentano a spiccare nuovamente il volo: nel primo trimestre dell’anno, secondo i dati dell’associazione di categoria Assogestioni, i flussi registrati da questi prodotti finanziari sono stati negativi per 234 milioni mentre nel secondo trimestre c’è stata una raccolta positiva per quasi 59 milioni che tuttavia non è riuscita a portare in positivo il saldo totale del primo semestre dell’anno (-175,5 milioni).

Tale perdita di appeal ha più di una ragion d’essere: oltre a ad aver subito sbandamento dovuto alle incertezze normative, i Piani individuali di risparmio sono stati penalizzati anche dalle politiche commerciali delle società di gestione, che li hanno poi un po’ snobbati negli ultimi anni, dopo averli promossi sul mercato con gran convinzione nel 2017 e nel 2018, grazie anche agli incentivi fiscali di cui godono. I piani individuali di risparmio, per chi non li conoscesse ancora, sono infatti strumenti d’investimento (solitamente fondi comuni o polizze assicurative) che investono buona parte del proprio portafoglio in titoli di piccole e imprese (pmi) italiane non incluse nell’indice principale della Borsa (il Ftse Mib). Destinatari degli investimenti dei Pir sono per lo più le azioni o le obbligazioni di società quotate su mercati e listini come l’Aim o il Ftse Star, riservati esclusivamente alle aziende di dimensioni ridotte.

Caratterista saliente dei Piani individuali di risparmio è appunto quello di essere agevolati fiscalmente poiché i rendimenti ottenuti con questi prodotti finanziari sono esenti da imposte, a condizione che il risparmiatore li tenga nel portafoglio per più di 5 anni e investa una somma non superiore a 150mila euro complessivi (e a 30mila euro ogni anno). Tali incentivi per adesso non sono stati sufficienti a ridare fiato alla raccolta dei Pir. Ora, però, è in arrivo una novità che potrebbe invertire la tendenza.

Stanno infatti debuttando sul mercato i cosiddetti Piani Individuali di Risparmio "alternativi" che, a differenza di quelli tradizionali, potranno investire anche in titoli di piccole e medie aziende non quotate in Borsa. Si tratta di un cambiamento non da poco visto che nel nostro Paese le aziende che hanno scelto Piazza Affari sono una minoranza. I Pir alternativi sono adatti soprattutto agli investitori che hanno maggiori disponibilità e possono costruirsi un portafoglio diversificato. Non va dimenticata che i prodotti che investono in titoli non quotati in Borsa (cioè non negoziabili sul mercato giornalmente) costringono spesso a tenere fermo il proprio "tesoretto" per un po’ di anni, prima di goderne i frutti.