Tra gli esempi di strani comportamenti dell’Europa, la politica agricola comune del riso è un interessante caso di studio. Per comprendere il contesto occorre ricordare rapidamente la situazione della produzione mondiale, concentrata per più di due terzi in Asia ma che vede l’Italia in una posizione di leadership europea. Il consumo, però, è sostanzialmente stabile ed è rappresentato per lo più da utilizzo diretto, con alcune novità interessanti che si collegano a temi salutistici o di specifiche nicchie di consumo, quali il glutine free e la crescente attenzione al problema della celiachia. Se si analizza il mercato italiano, tuttavia, da anni la crescita si può definire modesta, pari a circa sei chilogrammi pro capite. Apparentemente quindi un prodotto maturo e soprattutto legato ad un’area specifica, il Nord Italia, mentre il Centro-Sud lo considera tuttora un prodotto poco presente nelle abitudini tipiche della cucina regionale e locale.

Proprio per la sua importanza ma anche per la sua potenziale fragilità sul piano internazionale il riso ha bisogno di una politica di tutela del comparto, in sede europea, che le consenta di difendersi dalla concorrenza, specialmente asiatica. Del resto il riso italiano per due terzi della sua produzione viene esportato in Europa e nel mondo. Fondamentale è dunque proteggerlo; eppure, ancora per lo più da risolvere, sono i problemi legati ai dazi, alle barriere doganali e agli accordi internazionali sia multilaterali che bilaterali da completare. La Politica agricola comune di Bruxelles ha la tendenza a proteggere poco i Paesi membri e di sacrificare spesso le nostre imprese sull’altare del quieto vivere con i Paesi terzi, specie se si chiamano Cina o Usa. Sarà la volta che capisca che ne va della sua sopravvivenza?

Davide.gaeta@univr.it