La pandemia di coronavirus sta provocando un terremoto anche sul fisco. L’attuale situazione di lockdown rischia di mettere a dura prova regole scritte per un mondo molto diverso, il mondo che c’era prima, quello in cui ciascuno di noi era libero di muoversi da un continente a un altro, da un Paese a un altro, decidendo dove abitare e dove lavorare. Prima o poi vedremo la luce in fondo al tunnel, l’emergenza sanitaria finirà e sia pure con grande fatica, a piccoli passi, torneremo alla vita normale.

Ma in attesa di quel giorno la comunità fiscale internazionale è oggi alle prese con molte questioni tutte riconducibili a una domanda: l’eccezionalità del momento consente di applicare le norme in modo diverso rispetto a quanto accadrebbe se il virus non fosse mai esistito? I principi fiscali internazionali alla prova della pandemia: ne parliamo con uno dei massimi esperti italiani, Paolo Ludovici (nella foto), di ‘Ludovici Piccone & Partners’, da lui fondata sei anni fa, che ha sedi a Milano, Roma, Londra, Vienna e Lussemburgo e che fornisce consulenza e assistenza fiscale a una clientela internazionale con focus su fondi di investimento, compagnie assicurative, private banking, operazioni immobiliari.

Dottor Ludovici, la pandemia di coronavirus ha sollevato molte problematiche di non facile soluzione anche in materia fiscale?

"Assolutamente sì. Sono questioni che andrebbero chiarite subito con una condivisione comune delle attuali implicazioni fiscali. Il 3 aprile scorso l’Ocse ha rilasciato delle linee guida ad hoc. L’invito alle autorità fiscali nazionali è quello di valorizzare adeguatamente l’eccezionalità del momento e l’involontarietà di molti comportamenti, evitando che gli stessi possano avere un impatto sulla fiscalità di imprese e persone fisiche. Secondo l’Ocse è auspicabile che si faccia esclusivo riferimento ai comportamenti che sarebbero stati tenuti in uno scenario di normalità senza dar peso ai vincoli alla mobilità imposti dai vari governi".

Ma lei ritiene che sia importante risolvere il problema ora? Non dovrebbe essere una priorità impellente per le autorità fiscali valutare queste situazioni…

"Io credo che sia urgente farlo subito, voglio risolvere oggi il problema che ci sarà fra tre o quattro anni, perché se l’economia si rimette in piedi e ricomincia la caccia al tesoro, quando verranno a fare le verifiche di quello che sta succedendo ora non è che avranno l’atteggiamento che possono avere oggi. Io auspicavo un chiarimento oggi per evitare un contenzioso fra qualche anno".

Le regole attuali sono da applicarsi con flessibilità a causa della situazione eccezionale in cui ci siamo venuti a trovare?

"Le regole sono fatte per delle situazioni oggettive. Faccio un esempio: stai lavorando in Italia sì o no? Se lavori in Italia dovresti pagare le imposte in Italia. Però un conto è che tu lavori in Italia perché vuoi lavorare in Italia e un conto è che lavori in Italia perché non puoi muoverti da qui, perché a causa di una situazione eccezionale e imprevedibile sei costretto a farlo qui, perché l’unica alternativa sarebbe quella di metterti in ferie. Un conto è la tassazione in un contesto nel quale uno decide liberamente di fare quello che vuole, un conto invece è la tassazione se uno è costretto a restare fermo in un posto".

Possiamo fare un esempio concreto?

"Ne possiamo fare molti. Prendiamo il caso di Tizio che è fiscalmente residente in Cina. Quando scoppia la pandemia decide di trasferirsi a Milano per stare vicino alla famiglia d’origine. Trascorre alcuni mesi a Milano, poi viene trattenuto in città dal lockdown imposto dal governo italiano. Rischia così di dover restare a lungo in Italia e acquisirne la residenza fiscale. Domanda: Tizio sarà considerato residente italiano nel 2020 anche se il suo soggiorno in Italia non è stato volontario ma è dipeso da uno stato di emergenza ed è conseguenza di un’ordinanza del governo italiano?".