Da più fonti giungono pressioni al presidente del Parlamento Europeo e al commissario dell’Agricoltura per l’opportuna necessità di intervenire con misure concrete in aiuto ai produttori. Un pressing che, a più di 40 giorni dall’inizio dell’emergenza, dà la misura di quanto distante sia la mano pubblica dalla realtà. Il problema non è di forma ma di sostanza, perché chiama in causa due temi centrali per il nostro futuro: la credibilità del Sistema Europeo e il meccanismo burocratico con cui si reggono gli aiuti erogati. Le misure allo studio, a prescindere dall’entità del budget finanziario richiesto, sono infatti per lo più estensioni di quanto già in essere; il ricorso all’ammasso privato per latte, formaggi, carni e prosciutti; la distillazione di crisi e la vendemmia verde per il vino; l’opportuna flessibilità sulla gestione degli strumenti dell’ organizzazione comuni di mercato (ocm) per l’ortofrutta o ancora vino; il capitolo, increscioso, dell’utilizzo di fondi non impiegati daii piani di sviluppo rurale e che ogni anno rischiano di essere restituiti a Bruxelles. Il merito del problema non è la modalità di erogazione finanziaria, che pur ha messo in stallo l’Europa, incapace di concordare una soluzione comune, ma la macchina burocratica che vanifica buona parte dell’efficacia.

Gli esempi, se chiedete a un imprenditore, sono molti. Le fideiussioni obbligatorie, i professionisti per pratiche complicatissime, i collaboratori interni dedicati alla rendicontazione, la mancata approvazione della domanda perché manca un punto e mezzo per essere in graduatoria. La lista di complicazione è molto più lunga, come sanno bene gli imprenditori. Tanto da valutare sempre di più se valga la pena di ricorrere a questi aiuti o rinunciare del tutto all’Europa.

Davide.gaeta@univr.it