di Andrea Telara

Amministrano una montagna di risparmi, li investono sui mercati finanziari, a volte guadagnano e a volte perdono soldi. Ma quanto e come devono essere pagati i gestori dei fondi comuni di investimento? È un interrogativo attorno al quale si confrontano da tempo gli addetti ai lavori dell’industria del risparmio, che dibattono spesso su un punto: è giusto o meno applicare sul patrimonio dei fondi la commissione di performance? Si tratta, nello specifico, di una voce di costo che scatta soltanto quando il gestore riesce a guadagnare più del benchmark, cioè più di un indice o di un paniere di titoli preso a riferimento.

Esempio: se un fondo investe in azioni della Borsa di Milano, può applicare una commissione aggiuntiva (performance fee) che si somma a quella ordinaria se riesce ad avere un rendimento maggiore del Ftse Mib o di altri indici di Piazza Affari presi come parametro di riferimento. Nelle scorse settimane, la casa di gestione Fineco Asset Management ha creato un bollino di qualità per i propri fondi, a indicare la totale assenza di commissioni di performance, che in passato sono state spesso bersagliate di critiche perché considerate poco trasparenti e troppo onerose, soprattutto per il modo in cui venivano applicate.

Su questo punto, con una posizione ben diversa, interviene Santo Borsellino (nella foto), che è vice-presidente di Assogestioni e top manager di Generali Investments, la società di gestione del gruppo Generali (in cui ricopre la carica di head of Corporate Governance Implementation & Institutional Relations). A differenza dei suoi colleghi di Fineco AM, Borsellino si esprime a favore delle commissioni di performance che, se "adeguatamente strutturate e regolate, rappresentano lo strumento migliore per allineare l’interesse del cliente a quello del gestore del fondo".

Attraverso le performance fee, infatti, la remunerazione di un fund manager dipende soprattutto dalla sua bravura, cioè dalla sua capacità di avere rendimenti superiori alla media del mercato. Perché dunque cancellare questo sistema di tariffazione? È vero che in passato ci sono state diverse polemiche su come le performance fee venivano applicate dalle case di gestione.

In alcuni casi, per esempio, i fondi hanno preso a riferimento dei benchmark non adeguati alle loro politiche d’investimento, allo scopo di riuscire a batterli più facilmente nei rendimenti. Altre volte le commissioni sono state calcolate prendendo a riferimento un periodo di tempo troppo limitato, per esempio un trimestre, anziché l’anno solare. Tuttavia, Borsellino ricorda che l’Esma, l’authority europea che vigila sui mercati finanziari, è intervenuta su tale argomento confermando comunque la validità delle performance fee, seppur auspicando una armonizzazione delle regole nei singoli mercati del Vecchio Continente. Se applicate con trasparenza e con norme certe e chiare, insomma, queste voci di costo non sono affatto dannose. Anzi, sono un incentivo per chi gestisce i soldi dei risparmiatori a garantire maggiore qualità.

Borsellino non manca tuttavia di sottolineare un altro aspetto importante. "Diversi studi accademici dimostrano che la maggioranza dei gestori dei fondi non riesce ad avere performance superiori ai propri benchmark di riferimento", continua il manager di Generali Investments il quale, dopo 25 anni di esperienza sul mercato, si dice però convinto che la ragione di questa carenza sia soprattutto legata al sistema degli incentivi oggi esistente nell’industria del risparmio. In particolare, le case di gestione dei fondi sono spesso spinte a raccogliere la maggiore quantità possibile di patrimoni, su cui incassano commissioni in percentuale indipendentemente dai risultati raggiunti.

Diversi studi accademici hanno però dimostrato che i gestori dei fondi ottengono spesso performance decrescenti, all’aumentare delle dimensioni dei patrimoni che amministrano. Se certi prodotti d’investimento hanno dunque risultati deludenti, la colpa è soprattutto di un certo gigantismo che oggi caratterizza il risparmio gestito, non certo delle commissioni di performance. Borsellino ritiene dunque sbagliato associare, come ha fatto Fineco Asset Management, il concetto di sostenibilità degli investimenti alla eliminazione delle performance fee. È difficile infatti essere sostenibili e valorizzare nel tempo i risparmi delle famiglie cancellando gli incentivi grazie ai quali gli interessi degli investitori coincidono con quelli di chi amministra i loro soldi, partendo da un principio: "tu mi paghi se sono bravo e guadagno più del benchmark".