Operaia al lavoro in uno degli stabilimenti. di Audi in Germania
Operaia al lavoro in uno degli stabilimenti. di Audi in Germania
Il motore dell’economia s’imballa e mette a rischio la ripresa dopo la grande caduta dovuta alla pandemia. La carenza di microchip per l’industria, soprattutto per l’automotive, sta diventando emergenza, tanto che Volvo e Audi hanno dovuto fermare le loro fabbriche in Belgio e il "Chipageddon" coinvolge ormai un po’ tutte le case automobilistiche. Mercedes sta riducendo gli orari lavorativi di oltre 18mila dipendenti, e anche Jaguar e Land Rover hanno rivisto...

Il motore dell’economia s’imballa e mette a rischio la ripresa dopo la grande caduta dovuta alla pandemia. La carenza di microchip per l’industria, soprattutto per l’automotive, sta diventando emergenza, tanto che Volvo e Audi hanno dovuto fermare le loro fabbriche in Belgio e il "Chipageddon" coinvolge ormai un po’ tutte le case automobilistiche. Mercedes sta riducendo gli orari lavorativi di oltre 18mila dipendenti, e anche Jaguar e Land Rover hanno rivisto al ribasso la produzione. Renault e Volkswagen annunciano ritardi che non verranno recuperati nemmeno a fine anno, e parlano di una situazione grave, per cui non è possibile fare previsioni a lungo termine. Stellantis, da parte sua, corre ai ripari tornando all’analogico per alcuni modelli: la Peugeot 308 sta andando in produzione con tachimetri analogici (e uno sconto di 400 euro). In complesso, a causa della carenza di chip e della difficoltà di approvvigionamento, l’industria automotive potrebbe arrivare a perdere tra i 90 ed i 110 miliardi di dollari entro la fine del 2021, secondo le stime di AlixPartners. Alla radice del problema c’è la pandemia. Prima con le severe misure restrittive per contenere i contagi, poi con gli squilibri (sempre legati al virus) che hanno colpito il sistema di approvvigionamento mondiale, la disponibilità di chip è andata via via diminuendo.

L’emergenza per le industrie occidentali è anche un problema politico. La produzione di microchip è concentrata in pochi Paesi asiatici: Cina (25% circa del mercato mondiale), seguita da Taiwan (21%) e Corea (19%), stando ai dati diffusi da Bcg. I produttori di microchip, di fronte al boom della domanda, hanno privilegiato la fornitura dei propri mercati e in particolare dell’elettronica di largo consumo. Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si aggiungono a questa situazione. Per questo, La Commissione europea ha avviato a maggio un’alleanza di ampio respiro fra grandi gruppi industriali e mondo della ricerca per creare la filiera futura dei semiconduttori europei.

Ma per liberarsi da questa dipendenza ci vorrà tempo. "Dotarci della capacità di essere meno vulnerabili e più indipendenti ci permetterà di mantenere la catena di approvvigionamento della nostra industria, anche nei periodi di crisi e di tensioni", ha dichiarato il commissario al Mercato Interno, Thierry Breton.