Matteo Arpe (Newpress)
Matteo Arpe (Newpress)

Milano, 19 luglio 2019 - Tempi duri per l’avventura editoriale di Matteo Arpe, ex golden boy della finanza. I suoi interessi editoriali sono concentrati per ora sulla News 3.0 spa, società che edita il giornale on line Lettera 43 (creatura dell’ex vice direttore di Panorama Paolo Madron) oltre a Lettera Donna e Lettera 43 Cult e il settimanale Pagina 99, la cui versione cartacea è stata poi chiusa con il licenziamento di tre giornalisti alla fine del 2017.

Nel bilancio 2017 (ultimo reperito in Camera di Commercio a Milano) si legge di una perdita di 3 milioni e 89mila euro, a fronte di un capitale sociale di 3 milione e 480 mila euro e a un milione di euro di riserve. Perdita che fatto crollare il patrimonio netto a 1,391 milioni.

All'inizio dell’avventura di Lettera 43, il suo direttore e fondatore aveva annunciato un patrimonio di partenza di 3,5 milioni ("Ma è già stato deliberato un aumento di capitale fino a 5 milioni alla fine del terzo anno" spiegò Madron in un’intervista a Prima Comunicazione 1 luglio 2011). Ma navigare nel mare procelloso dell’editoria non è un’avventura. A distanza di qualche anno bisogna fare i conti con la realtà. E così nel 2018 la finanziaria lussemburghese Arepo BH Sarl deve impegnarsi a ricapitalizzare con un milione di euro la News 3.0, così come aveva fatto l’anno precedente (il versamento nell’ottobre 2017). Perdite dovute, si legge sul bilancio, a "una performance economica inferiore alle attese". La Arepo è sempre una costola delle società che fanno capo a Matteo Arpe. Un impegno della Arepo è sicuramente quello di metter mano al portafoglio per proseguire il lavoro della News 3.0 che edita Lettera 43. Che la situazione sia delicata lo dice nell’assemblea di bilancio il presidente del Collegio Sindacale, Marco Taglioretti. 

Testualmente, il presidente sottolinea che il bilancio di esercizio evidenzia "l’emersione della fattispecie di cui all’art. 2446 codice civile" (ovvero l’obbligo di ridurre il capitale sociale per perdite, ndr), tuttavia la perdita risulta "nominalmente riassorbita" con l’impegno "da parte del socio (di maggioranza assoluta) Arepo BH Sarl di capitalizzare la società di ulteriori complessivi un milione di euro, che vanno ad aggiungersi ad eguale importo già versato nell’ottobre 2017".

Una situazione che ha portato il collegio a "richiedere agli amministratori una pronta informativa in merito all’andamento del corrente esercizio sociale, al fine di poter apprezzare la consistenza del patrimonio netto della Società". Nel corso della sua vita la società editoriale ha inanellato diversi bilanci difficili. Nel 2016 l’assemblea dei soci decise di utilizzare in parte la riserva per intervenire sul rosso e abbattere il capitale sociale lanciando una ricapitalizzazione da 2 milioni di euro da sottoscrivere entro l’anno. Un milione versato da Arpe tramite la lussemburghese Arepo Bh Sarl. Nel frattempo le creature editoriali hanno proseguito. Lettera 43 si è adeguata ai tempi. Nel 2011 Madron assicurava: "Sia chiaro, non sarà un sito di gossip finanziario".

Otto anni dopo, nel febbraio del 2019, Madron annuncia su twitter la nascita di una rubrica chiamata Corridoi. "Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni su fatti e personaggi del potere". E di indiscrezioni e rumors ne escono, su Lettera 43. Ne sa qualcosa Giuseppe Bono, ad di Fincantieri, punto più volte. Addirittura in maggio esce il rumors che Bono si muova per sistemare il generale Alberto Manenti, ex direttore dell’Aise, i servizi segreti. Ma prove delle presunte relazioni fra i Servizi e Fincantieri non ce ne sono.

Nel frattempo Matteo Arpe è alle prese con altri guai. All’inizio di luglio la Cassazione conferma la condanna a 3 anni e 6 mesi nell’ambito del processo per il crac delle acque minerali Ciappazzi, un filone della mega inchiesta Parmalat. Arpe ne fu coinvolto in quanto ex di Capitalia. Arpe ha chiesto la revisione del processo. Nell’attesa la Corte d’appello di Bologna  dovrà pronunciarsi sulle pene accessorie. Per Arpe, grazie all’indulto, la condanna  si tradurrà nell’affidamento per 6 mesi a lavori socialmente utili senza conseguenze sugli incarichi aziendali