ROMA

NELL’EPOCA delle immagini, i film sono il mezzo più indicato per raccontare il futuro. Non deve quindi meravigliare se Robocop, il lungometraggio diretto nel 1987 da Paul Verhoeven – ma potremmo dire la stessa cosa di Terminator scritto addirittura due anni prima –, sia stato in grado di anticipare nel dettaglio le parole di uno dei più importanti visionari del nostro tempo: Elon Musk, Ceo di Tesla e Space X, fondatore di Pay Pal e ideatore di Hiperloop. Musk, intervenendo a febbraio 2017 al World Government Summit di Dubai, affermò che è ormai giunto il momento di compiere l’ennesimo balzo evolutivo, collegando i computer direttamente al cervello.

CONNESSIONI del sistema nervoso e del suo organo principale con una macchina non sono una novità: le prime esperienze nel campo, denominato brain-computer interface (BCI)2, furono sviluppate a partire dagli anni 70 del secolo scorso dall’Università della California. Da li partirono i primi studi per decifrare l’energia e la frequenza celebrale e tradurla in modelli che ben presto produssero applicazioni pratiche, soprattutto in campo sanitario, per restituire – ad esempio – il movimento, la vista o l’udito a individui che li avevano perduti. Gli impianti cocleali, che trasformano i segnali audio in impulsi elettrici da inviare direttamente al cervello, forniscono una chiara rappresentazione dei progressi raggiunti in questo campo.

APPLICAZIONI di BCI sono oggi diffuse anche in ortopedia, con protesi controllabili dal cervello del paziente. Proprio all’interfaccia ‘computer-cervello’ Musk ha deciso di dedicarsi con Neuralink, start up in cui ha recentemente investito 27 milioni di dollari, con l’obiettivo di fondere l’intelligenza umana con quella digitale, per realizzare «un nuovo dominio cognitivo aumentato». L’idea alla base del progetto, presentato alla stampa e agli investitori lo scorso 16 luglio all’ Accademia delle Scienze della California, prevede l’installazione nel cranio del paziente di 3.072 elettrodi distribuiti su 96 stringhe di dimensioni ridotte e flessibili, in grado non solo di monitorare l’attività celebrale ma anche di collegarsi con un computer esterno – (proprio come in un altro film cult, Matrix) – tramite un cavo USB-C con il quale scambiare dati in upload alla velocità di un trilione di bit al secondo (contro i circa 100 bit al secondo del nostro cervello).

PER L’IMPIANTO delle stringhe sulla corteccia celebrale sarebbe stato stata anche messa a punto una speciale siringa robotizzata. Secondo Musk, il «potenziamento digitale» della nostra capacità celebrale è il solo modo per contrastare la minaccia all’umanità che lo sviluppo della intelligenza artificiale (IA) porta con sé in dote.

«D’ALTRONDE – spiega – noi tutti ormai possediamo un ‘terzo strato digitale’ che si affianca alla corteccia celebrale e al sistema limbico, costituito da tutto ciò che produciamo in rete, e con il quale interagiamo: come le e-mail, i social media, ecc». Per mantenere il nostro primato è allora necessario «entrare in simbiosi con le macchine» attraverso una «interfaccia dotata di elevata ampiezza di banda», che da un lato potenzi le attività del soggetto grazie al computer cui è collegato, dall’altro gli consenta di esercitare le peculiari capacità umane di giudizio, di discernimento e l’ingegno propri del ragionamento umano.

NON SAPPIAMO fino a che punto Neuralink si sia finora spinta, ma si ha notizia di esperimenti condotti su cavie (ratti e scimmie) con risultati incoraggianti. Non ci è neppure dato sapere dove lo sviluppo della IA ci porterà, anche se non si può dubitare che continuerà con i ritmi esponenziali che lo hanno caratterizzato sino a oggi.

CERTO è che il progetto di Neuralink pare scritto per un film di fantascienza, e non conforta il fatto che Elon Musk, non a caso divenuto uno degli uomini più ricchi d’America, pur con alti e bassi, non ne abbia mai sbagliata una. Dobbiamo allora rassegnarci a diventare dei cyborg per preservare il nostro primato sul pianeta e con esso la nostra stessa umanità?