Martedì 16 Aprile 2024

Nel 2021 il 16% degli italiani lavorerà in smart working

I dati dell’Osservatorio ‘The World After Lockdown’ curato da Nomisma-Crif

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di Marco Principini

BOLOGNA

Con l’emergenza sanitaria da Covid-19 il modello organizzativo del lavoro è stato al centro di un cambiamento “copernicano”: in poco più di due mesi si è registrato infatti un passaggio dal 3 al 34% di lavoratori in modalità remote working operanti in Italia. È questo uno dei dati emersi dall’Osservatorio ‘The World after Lockdown’ curato da Nomisma e Crif, che ormai da oltre sette mesi analizza in maniera continuativa l’impatto della pandemia Covid-19 sulle vite dei cittadini, grazie al coinvolgimento di un campione di 1.000 italiani (18-65 anni). Erano meno di un milione (il 3% sul totale degli occupati) nel 2019 i lavoratori in smart working nelle imprese private in Italia.

Prima del Covid-19 il lavoro agile era un fenomeno di nicchia: l’azienda decideva se renderlo disponibile in base alle necessità e alle policy di welfare aziendale. Il lockdown e i provvedimenti emergenziali lo promuovono a partire dal 4 marzo. Durante la fase 1, la percentuale di lavoratori “agili” cresce fino al 34% sul totale degli occupati, coinvolgendo circa 7 milioni di lavoratori. Di questi, la maggior parte appartiene al settore privato, mentre circa 2 milioni lavorano nella Pubblica Amministrazione.

Con la progressiva riapertura delle attività produttive, a partire dalla metà di maggio a oggi, la quota di lavoratori da remoto, si attesta al 24% con 1 milione di smart workers nella Pubblica Amministrazione e 4 milioni nel settore privato. La quota di chi oggi lavora in smart working cresce tra i Millennials (passando da 24% a 27%), al Nord (27% contro il 18% del Centro e il 22% del Sud) e tra le lavoratrici (27% contro il 22% degli uomini). La propensione allo smart working è più forte nelle aziende più grandi (31% la quota di chi lavora in remoto nelle aziende con oltre 250 dipendenti - contro il 14% di quelle con meno di 50 addetti), nelle multinazionali (dove la quota di chi a oggi lavora in remoto arriva al 53%) e in ambito pubblico (44%). Nel privato, i settori che contano un maggior numero di smart workers sono Informatica e Telecomunicazioni, dove la quota di telelavoratori sul totale degli occupati si alza fino al 56%. Quello della digitalizzazione, soprattutto nelle amministrazioni pubbliche e nei piccoli comuni, rappresenta un tema cruciale per le aziende e le istituzioni in termini di prospettive sul nuovo equilibrio tra lavoro in remoto e in presenza da definire a partire dal prossimo giovedì. Per il 2021 Nomisma stima che il 16% dei workers italiani svolgerà ameno una giornata di lavoro da remoto (oltre 3 milioni di occupati).

L’Osservatorio evidenzia che la maggioranza degli smart workers utilizza prevalentemente il proprio pc (75%). Solo poco più di 1 lavoratore agile su 3 (35%) ha in dotazione un computer aziendale. Questa quota cresce fino al 43% nelle grandi aziende, nelle multinazionali (fino al 58%) e nel settore informatico (76%). Parlare di smart working (ossia lavoro agile, con organizzazione autonoma e mansioni scansionate per obiettivi) è in realtà fuorviante: in Italia infatti il 97% di chi ha lavorato da remoto, lo ha fatto da casa, mantenendo gli stessi orari e gli stessi ritmi del lavoro in sede. Complessivamente solo il 9% (prevalentemente nella fascia under 30) si è connesso almeno una volta da un locale pubblico o uno spazio di co-working.

La possibilità di lavorare da casa è stata molto apprezzata dagli italiani. Lo smart working ha permesso innanzitutto di migliorare il work-life balance, con più tempo libero da impegnare nelle attività domestiche, nella tutela del benessere personale e familiare. Per il 17% il risparmio economico e di tempo generato dal mancato spostamento sono stati i principali vantaggi dello smart working, per un altro 13% i pro risiedono semplicemente nell’avere più tempo libero a disposizione per i propri hobby o per la famiglia.

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