Niente più negozi aperti tutte le domeniche o nei giorni festivi: il M5S e la Lega lo hanno promesso in campagna elettorale e ora hanno deciso di far partire alla Camera l'iter di una serie di proposte di legge che puntano a chiudere l'era delle liberalizzazioni del governo Monti, prevedendo solo qualche deroga. Una linea che nei mesi passati era stata annunciata da parte di entrambi i vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e che ha trovato una sponda negli ambienti vicini alla Chiesa, oltre che tra i piccoli commercianti; critiche se non contrarie invece da sempre, la grande distribuzione e le associazioni dei consumatori.

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«Per quel che riguarda le aziende che rappresento, quindi la grande distribuzione, parliamo di un mondo del lavoro dove c’è il 90 per cento dei dipendenti a tempo indeterminato e i contratti tengono conto del maggior disagio creato dal lavoro domenicale e festivo. Siamo all’interno di un mercato regolamentato che questo provvedimento vuole regalare all’e-commerce, settore che presenta meno tutele nella gestione dei rapporti di lavoro». È secco il no del presidente di Federdistribuzione, Claudio Gradara, alla proposta di modifica delle liberalizzazioni sugli orari di apertura degli esercizi commerciali.

"Questa proposta avvantaggia l'e-commerce"

Uno stop delle aperture festive e domenicali quanto può incidere sui consumi?
«Dipende da quale sarà la proposta adottata. Si va da interventi che ci riportano negli anni ’80 ad altri, tutto sommato, più limitati. Il dato è che siamo ancora sotto i consumi che avevamo nel 2010 e stimiamo che, ripristinando le chiusure festive e domenicali, ci potrà essere un calo dell’1 per cento nel settore alimentare e del 2 per cento in quello non alimentare. Con un indubbio vantaggio a favore dell’e-commerce».

Nella proposta del Movimento 5 stelle si parla anche di limitazione dell’attività commerciale svolta in Italia dai siti di e-commerce. Pensa sia una via percorribile?
«Sono contento che vi sia una presa di coscienza del fatto che l’e-commerce è diventato una realtà sul mercato ma è abbastanza oscuro come si possa realizzare un’ipotesi di questo tipo e, al di là della praticabilità concreta, credo che tale limitazione inciderebbe molto poco».

Pensa sia vero che le aperture festive danneggiano i piccoli negozi?
«I dati del ministero delle Attività produttive ci dicono che da quando è entrato in vigore il decreto Salva Italia, c’è stata una diminuzione dell’1,9 per cento. Ed è sorprendentemente poco tenendo conto di altri fattori come la crisi dei consumi, l’avvento dell’e-commerce, che sicuramente hanno contribuito a danneggiare il piccolo commercio che, all’interno di un mercato che sta cambiando, deve affrontare la sfida di riconvertirsi». 

Fare shopping la domenica è, ormai, diventata un’abitudine per gli italiani?
«Il 75% degli italiani utilizza questa opportunità , solo le aziende a noi associate hanno ogni domenica circa 12 milioni di clienti. È evidente che siamo andati a cogliere un bisogno inespresso. Un ritorno a un passato lontano così violento credo che andrebbe spiegato a quelle decine di milioni di persone che oggi si avvalgono di un servizio che domani gli verrebbe negato».

 

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"Era ora. Da tempo era emersa nel settore l’esigenza di limitare le liberalizzazioni degli orari dei negozi. Non ho ancora avuto la possibilità di approfondire la proposta della Lega, ma a grandi linee direi che la direzione è quella giusta e noi la vediamo assolutamente con favore e la appoggeremo». Così Brunetto Boco, segretario generale di UILTuCS, la federazione turismo, commercio e servizi della Uil. 

"La tanto decantata spinta ai consumi non c'è stata"

Oltre ad apprezzare la riduzione della possibilità delle aperture domenicali, che altro servirebbe in materia, a vostro avviso? 
«C’è la necessità di riaprire per gli enti locali la possibilità di derogare, entro certi limiti, alla normativa. Il che vuol dire facoltà di apertura nella stagione turistica per le località vacanziere, ma anche per i poli fieristici come Milano, o le città d’arte come Roma, Firenze o Venezia». 

Perché non apprezzate la riforma Monti?
«Perché si è dimostrata un forzatura, che non è andata a vantaggio dei consumatori nè dei commercianti. Si è passati da un eccesso a un altro. Gli unici a guadagnarne sono stati i gruppi distributivi più forti, a spesa del piccolo e medio commercio, che ne ha sofferto, specialmente nelle città di provincia».

La flessibilità non ha modernizzato l’offerta, venendo incontro ai consumatori?
«Già prima c’era la possibilità per i consumatori di fare acquisti lungo un amplissimo arco orario. Ora che possono farlo anche la domenica non è che acquistano di più, semplicemente spalmano anche sulla domenica gli acquisti che già facevano prima. La vagheggiata e decantata spinta ai consumi non c’è stata». 

Che impatto ha avuto sull’occupazione la liberalizzazione delle aperture dei negozi?
«Le norme attuali non hanno avuto nessun impatto positivo. È una barzelletta dire che è aumentata l’occupazione».

Nella grande distribuzione è però cresciuta: Federistribuzione parla di 16 mila posti di lavoro.
«Ma quale occupazione ha generato? Sono aumentati i lavori precari, i contratti a termine, il part-time a poche ore, l’interinale. Ma sull’occupazione complessiva del commercio non c’è stato un effetto positivo, anzi».