Mps, piazza Salimbeni a Siena (Ansa)
Mps, piazza Salimbeni a Siena (Ansa)

Siena, 16 dicembre 2016 - RISCHIA di finire così: che la banca che doveva essere consegnata agli emiri alla fine sarà salvata dai senesi. Perché il cda del Monte dei Paschi – dopo aver sorvolato oceani e cordigliere a caccia di mirabolanti investitori – è proprio ai senesi che in ultima istanza è tornato per trovare una soluzione all’aumento di capitale da 5 miliardi. Questa l’ultima decisione della missione impossibile di Marco Morelli, che ancora una volta ha tirato dritto senza avere neppure la garanzia di poter partire. Perché a tarda serata la risposta della Consob – cui è sottoposto il via libera all’intero piano – restava incerta. Ma alla fine, il sì dell’Autorità è arrivato. A tarda notte.
 
IL CONSIGLIO di amministrazione non se ne era curato: «Avanti con la fase-due della conversione dei bond in azioni, con prezzo massimo a 24,90 euro», recita il comunicato ufficiale sfornato dopo 24 ore di vertice asserragliato nella Rocca. Che significa andare a chiedere a circa 40mila piccoli risparmiatori (molti dei quali, inevitabilmente, a Siena) di contribuire alla causa mettendo sul piatto le loro obbligazioni, contratte nel 2008 a condizioni vantaggiosissime come frutto dell’acquisto Antonveneta. E siccome i contrappassi – almeno quanto le disgrazie – non arrivano mai soli, la richiesta ai risparmiatori piove nello stesso giorno in cui a Milano si apre il processo legato alla scellerata operazione, con gli ex vertici Mussari, Vigni e Baldassarri alla sbarra. 
Se malgrado tutto i figli traditi da Babbo Monte – come sotto la Rocca chiamavano la banca prima della débâcle – risponderanno alla chiamata, il loro contributo varrà circa un miliardo e mezzo di euro. Che si andrà a sommare al miliardo della prima conversione dei bond, quella scaduta il 2 dicembre e alla quale avevano partecipato praticamente solo gli investitori istituzionali. Il piano di salvataggio privato prevede poi ancora un miliardo dal fondo Qia del Qatar, ma non è chiaro quanto davvero sia concreto e quanto, invece, possa dirsi pericolosamente sfumato, con gli arabi che già all’alba del 5 dicembre – a urne referendarie ancora calde e senza più referenti sicuri al governo – avevano fatto un’inversione a U dileguandosi dalla partita Monte dei Paschi. Tra le buone notizie: il prestito ponte da 4,7 miliardi di euro necessario per realizzare la cartolarizzazione delle sofferenze siglato ieri dalla cordata di banche Jp Morgan, Mediobanca, Credit Suisse e Hsbc. 
 
Prima del sì della Consob l’operazione della banca – che include il titolo Fresh, detto anche Frescino dal momento che vale appena 220 milioni – aveva il sapore di un azzardo. L’ennesimo nella partita del Monte di Morelli, che in questi ultimi giorni di accuse, affanni e solitudini – istituzionali e finanziarie – si è mosso con la spregiudicatezza imposta dalla mancanza di alternative. Ora c’è qualche speranza in più. L’intervento dello Stato – con un decreto salva banche da 15 miliardi già caldo nei cassetti del nuovo premier Gentiloni – equivarrebbe per l’ex uomo di Merrill Lynch a un bruciante fallimento. Ma è ormai assodato che se gli incastri non dovessero funzionare, resterebbe l’unica strada possibile per dare una chance al Monte, con un ingresso pubblico nel capitale e la relativa conversione forzosa dei bond subordinati per oltre 4 miliardi. C’è poi il coro della politica a scatenarsi sulla partita, con i 5 Stelle che vanno oltre «l’assist del Tesoro» e puntano direttamente alla «nazionalizzazione». Un grande ritorno al passato che proprio oggi Beppe Grillo invocherà, con il suo «Flash-mob parlamentare», ai piedi di Sallustio Bandini. La statua che da 150 anni veglia sulla Rocca.