MILANO

LA STORIA di Alberto Cartasegna ha un po’ il sapore di Silicon Valley in salsa locale, un’ascesa vertiginosa dall’hinterland duro e puro di Cernusco sul Naviglio alle vette dei Forbes Under 30 e dell’attico in Corso Venezia trasformato nella base operativa della sua miscusi – si scrive rigorosamente in minuscolo – dalla cui sala ottagona si domina Milano guardandola come Batman guardava Gotham City. Nel 2017 si è tuffato nella capitale economica italiana alla ricerca di un locale. «Il primo ristorante non era in un luogo ideale, non ci passava nessuno. Ma non potevamo permetterci di meglio». Con lui c’era il socio Filippo Mottolese, anch’egli uscito da economia e con una start-up all’attivo, ma specialista della scena milanese e della nighlife, asset fondamentale per lanciare un ristorante in una città dove certo non ne mancano.

LA VELOCITÀ della crescita di miscusi, che ha fatturato un milione nel 2017 con un solo store, oltre 5 milioni nel 2018 e ne prevede 10 per il 2019, testimonia molto più di buone pubbliche relazioni. Oggi ha aperto altri 6 ristoranti (a Bergamo, Torino, e altri 4 a Milano) dà lavoro a circa 200 persone, con una redditività vicina al 30%, e a soli 20 mesi di attività ha concluso un round di finanziamento da 5 milioni con MIP, il cui anchor investor è Angelo Moratti.

Nessuno dei due fondatori aveva esperienza nella ristorazione, ma «impari se sei un attento osservatore». Un po’ come per Adriano Olivetti, le vere scuole di Alberto sono state, prima e dopo il 110 e lode in Bocconi, le «contaminazioni all’estero, dove vedi cose che qui non ci sono ancora». Un anno a Londra a 18 anni da cameriere, uno scambio negli Usa per un MBA e qualche anno di lavoro nell’ambiente dell’innovazione a Berlino.

L’INTUIZIONE vincente è venuta osservando che in Italia c’è la più bassa penetrazione di catene nel food – circa il 6% degli esercizi contro il 32% media mondiale e il 20% nell’Ue – a fronte di un immenso patrimonio culinario da esportare, ma anche del gran numero di ‘falsi italiani’ che spadroneggiano all’estero. «Volevamo creare un brand davvero italiano. Un prodotto buono e prezzato giusto era un prerequisito, non un fattore di vantaggio competitivo». Il cuore pulsante di ogni ristorante è il pastificio a vista che produce pasta fresca da abbinare a piacere a condimenti tipici della tradizione italiana e personalizzabili con aggiunte. In una atmosfera da salotto di casa, miscusi celebra le nonne, che impastavano la domenica mattina riunendo la famiglia per il pranzo.

A QUEST’IDEA di fare della pasta fresca la scusa per servire emozioni e valori è legato il nome miscusi, nato «da un amico tedesco che aveva visto un video dei Griffin dove Peter finge di parlare italiano col salumiere. Lo stereotipo dell’italianità finta è stato l’input per creare brand vero, e poi era una parola facile, simpatica e fresca».

La corsa di miscusi prosegue con la recente apertura a Pavia del 23 settembre, Firenze e Verona arriveranno entro fine anno. «Consolidiamo il modello in Italia – conclude Cartasegna – ma pensiamo già all’estero».