Sotto, Kristin Vekasi, del National Asia Research Program, l’istituto americano che studia i rapporti col mondo asiatico
Sotto, Kristin Vekasi, del National Asia Research Program, l’istituto americano che studia i rapporti col mondo asiatico

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La Cina continuerà a dominare ancora per molti anni il mercato mondiale delle terre rare, ma è un monopolio che si può spezzare, secondo Kristin Vekasi, del National Asia Research Program, l’istituto americano che studia i rapporti con il mondo asiatico.

Com’è arrivata la Cina a dominare questo mercato, anche se

possiede solo un terzo dei depositi globali conosciuti?

«La Cina domina la produzione di terre rare dagli anni ’90, guidata principalmente da due fattori: prezzi bassi e investimenti sostenuti dallo Stato in infrastrutture e tecnologia. Nei decenni precedenti, gli Usa avevano dominato questo mercato, in gran parte attraverso la produzione nella miniera di Mountain Pass in California. Tuttavia, poiché la produzione cinese ha iniziato a raggiungere livelli in grado di soddisfare la domanda globale a un prezzo molto più basso, gli Usa non sono stati in grado di competere. Negli anni 2000, la Cina ha raggiunto quasi il monopolio della produzione di terre rare. A questo punto, Pechino ha utilizzato prezzi differenziati per offrire ai produttori nazionali un vantaggio rispetto agli acquirenti stranieri. Questa politica ha avuto un discreto successo: le aziende giapponesi che fanno affidamento su terre rare hanno spostato una parte della produzione in Cina e anche le terre rare statunitensi vengono ora esportate lì per la lavorazione e il raffinamento».

Che cosa rende difficile per gli altri Paesi che hanno riserve considerevoli di terre rare sfidare il dominio della Cina?

«La Cina ha solo il 30% delle riserve globali di terre rare. Depositi sostanziali e sfruttabili di terre rare si trovano anche in Nord America, Australia, Sud-Est asiatico, Asia centrale e Africa sub-sahariana. Ci sono una serie di sfide per l’apertura di nuovi siti minerari, inclusi gli alti costi ambientali. Il danno ambientale, come ad esempio il deflusso di fanghi radioattivi nelle falde idriche, è grave nella fase di estrazione e ancor peggio nella lavorazione. La Cina controlla in gran parte i prezzi, mantenendoli bassi e rendendo difficile la concorrenza. L’esperienza dell’ex società statunitense Molycorp con la miniera del Mountain Pass è istruttiva: quando i prezzi sono crollati, è fallita. La società canadese che ora possiede la miniera ha in gran parte trasferito la ricerca e i processi di estrazione del Mountain Pass alla Cina».

Il Giappone è l’unico che è riuscito a ridurre la sua dipendenza dalla Cina. Come ha fatto?

«La Cina ha interrotto le esportazioni di terre rare in Giappone nel pieno di una disputa territoriale nel 2010, cambiando radicalmente l’approccio giapponese al problema, ma non quello americano. Tutti i settori industriali giapponesi si sono concentrati sul problema e il governo di Tokio ha promosso il riciclo, la sostituzione con altri materiali e la diversificazione internazionale con programmi ad hoc in Paesi ad alto potenziale ma scarsa capacità industriale (tra cui India, Kazakistan, Vietnam e Mongolia). Alla fine del 2017, il Giappone importava circa il 30% delle sue terre rare da Paesi asiatici diversi dalla Cina. Molti di questi provengono da un impianto di lavorazione malese gestito dalla società australiana Lynas, che estrae le terre rare a Mount Weld in Australia, le esporta in Malesia per la separazione e la lavorazione e le vende in gran parte agli acquirenti giapponesi. Se dovesse verificarsi oggi un blocco, il suo impatto non sarebbe più tanto drammatico per il Giappone. È una lezione importante per tutti, con cui si dimostra che le alternative sono possibili a patto d’investire risorse con tenacia. Il monopolio cinese sulle terre rare non è un destino ineluttabile».