di Paola Benedetta Manca

Cristina Mariani-May (nella foto sotto), 49 anni, oltre ad essere la proprietaria del gruppo Banfi, con tenute in Toscana e Piemonte, e di Banfi Vintners (l’azienda americana), riveste la carica di Ceo. Ha iniziato nel settore del vino nel 1993, quando si è laureata alla Georgetown University di Washington Dc.

Qual è la mission dell’azienda, su quali pilastri si fonda?

"Siamo nati pionieri e vogliamo portare la nostra tradizione di ricerca scientifica al servizio dei territori nei quali scegliamo di lavorare. Vogliamo aiutarli a esprimere quanto di meglio possono dare, condividendo con loro il nostro sapere e la nostra passione. Vogliamo essere un’impresa che evolve nel rispetto dell’ambiente, delle persone e delle comunità cui apparteniamo".

Castello Banfi è un’emblema dell’accoglienza, con i suoi ristoranti e ora anche con un hotel.

"Uno dei pilastri fondanti di Banfi è sempre stato quello dell’accoglienza. Una cantina progettata e costruita per ricevere ospiti, anche in grandi gruppi, senza interrompere il lavoro quotidiano. Un’idea all’avanguardia alla fine degli anni ’70. Tra la fine degli anni ’90 e i primi del terzo millennio, il Castello di Poggio alle Mura, conosciuto anche come Castello Banfi, diviene un centro di ospitalità a 360°, con due ristoranti, La Taverna e la Sala dei Grappoli; un’enoteca; un Museo del Vetro e della Bottiglia e un hotel. L’ultima apertura è quella di Castello Banfi-Il Borgo, ricavato nel borgo adiacente al castello, nato nel 1700".

I vini Banfi hanno un’anima fortemente legata al territorio.

"Banfi è Montalcino. Montalcino è Sangiovese. Sangiovese a Montalcino è Brunello. Questo riassume il fortissimo legame dell’azienda con questo meraviglioso territorio, ricco e variegato, capace di esprimersi in tanti modi diversi. I progetti di zonazione e selezione clonale sul sangiovese ci hanno permesso di individuare e capire le caratteristiche delle aree dell’azienda, per trarre da ognuna il meglio".

Che importanza ha l’innovazione per l’azienda?

"Fin dall’inizio, l’azienda ha fatto della ricerca e dell’innovazione uno dei suoi dogmi, sperimentando in vigna e in cantina. Dal progetto di zonazione, alla selezione clonale sul sangiovese, entrambi iniziati nei primi anni ’80 e realizzati in collaborazione con l’Università di Milano. La ricerca sui legni per le botti da invecchiamento ci ha condotto ad acquistare direttamente il rovere francese e invecchiare le doghe in azienda. Un altro esempio è la costruzione dell’area di vinificazione Horizon, nel 2007, con tini in acciaio e legno o anche lo sviluppo di un nuovo sistema di allevamento in vigna, l’Alberello Banfi, che ci consente anche la riduzione di fitofarmaci".

Quant’è importante la sostenibilità ambientale?

"Anche la sostenibilità è tra i nostri principi fondanti. La nostra missione è riorganizzare la produzione vinicola in modo da utilizzare meno prodotti agrochimici. Questo approccio alla gestione del vigneto ha un impatto su ogni fase della catena di produzione. Per realizzarlo, abbiamo preso in considerazione molti fattori, come la scelta della parcella, della vite, della forma di coltivazione, fecondazione e altro ancora".

Cosa significa essere un imprenditrice donna oggi?

"Le donne stanno giocando un ruolo di leadership nel mondo del vino italiano più che mai. È stata una sfida nel corso della mia carriera e sono stata spesso l’unica donna, durante gli incontri con i partner commerciali. Tuttavia, ritengo che la mia presenza sia ben accolta e i miei contributi rispettati. Le cose stanno lentamente cambiando. Un maggior numero di donne ha l’opportunità di ricoprire incarichi dirigenziali, ma vi sono ancora tanti progressi da compiere. Per avere successo nell’industria del vino, una donna deve essere ambiziosa e determinata, con una forte etica del lavoro e una pelle spessa. Tre aggettivi che definiscono la ‘donna del vino’ contemporanea sono: autentica, empatica, determinata".