La passione per la fabbrica, da queste parti, viene da lontano. E’ scritta nel Dna del Nord Ovest e di Torino in particolare. Normale, dunque, che esca dalle parole con le quali Licia Mattioli (nella foto) racconta la sua impresa. Meno consueto visto che, in questo caso, non parliamo di industria manifatturiera classica ma di beni di lusso e gioielli, di una tradizione orafa, di stile e made in Italy. «Di cose belle e ben fatte, mi piace dirla così» spiega Licia Mattioli, energica guida del gruppo che porta il cognome di famiglia, manager impegnata in Confindustria dove si occupa, da vicepresidente, di internazionalizzazione e attratività per gli investimenti esteri. «È vero – ammette – mi piace lo stile, mi piacciono i nostri gioielli, ma quando ne parlo, parlo di una fabbrica, perché le fabbriche italiane sono anche belle, poco importa che lavorino tondini di ferro o tondini d’oro. Siamo tutti metalmeccanici». L’oro, in questo caso, è di casa. E dire che, all’inizio, il destino sembrava tracciato. «In cuor mio mi sono sempre sentita un’imprenditrice, anche se ero iscritta a Giurisprudenza ed ero destinata a fare la notaia come mia madre».

E invece che accadde?

«Accadde che mio padre, ai tempi manager Pirelli, cominciò a guardarsi attorno per prepararsi alla sua seconda vita. Guardavamo a piccole realtà, alla nostra portata. Trovammo un’azienda interessante, l’Antica Ditta Marchisio, una delle più belle storie della tradizione orafa piemontese. Andai a visitare la fabbrica e me ne innamorai: lì decisi che avrei fatto l’imprenditrice».

Addio codici e codicilli.

«Avevo preso un impegno e lo mantenni: mi sono laureata in Giurisprudenza, ho dato l’esame da avvocato, ma poi ho scelto l’azienda. In pochi anni, con l’ingresso a tutti gli effetti di mio padre e della sua esperienza manageriale, abbiamo costruito un’impresa di oltre 260 persone, dedicata a sviluppare due linee di business: la produzione in conto terzi che ci ha portato a lavorare per tutti i più grandi marchi del lusso globale. E la nostra linea Mattioli, già la scelta del nome la dice lunga sull’appeal italiano».

Non è il cognome di famiglia?

«Sì, ma non è quella la ragione della scelta. Nel nostro portafoglio avevamo un brand che in Italia andava moltissimo negli anni ’80. Cominciammo a distribuirlo negli Stati Uniti e lo portammo a nuova vita. Aveva un nome che non suonava italiano e gli americani proposero di cambiarlo in Mattioli. Perché? Perchè sapeva di fashion e made in Italy».

Nasce la Mattioli. Che numeri fate?

«In realtà l’azienda di oggi non nasce ancora. Nel 2013 il gruppo Sudafricano Richmont, uno dei maggiori player del luxury, ci propone di acquisire l’azienda. Vendiamo e ricominciamo: l’accordo prevede che rimangano con noi 20 dipendenti e da lì ripartiamo. Oggi siamo di nuovo oltre 260 persone e abbiamo riprodotto le due business unit: da un lato lavoriamo per i grandi del lusso mondiale, dall’altro continuiamo a produrre i nostri gioielli».

Quali sono i vostri mercati di riferimento?

«Tutto il mondo: dagli Usa alla Russia, dall’Est Europa al Giappone. Ora guardiamo al Far East e alla Cina. La Cina in particolare comincia a essere un mercato pronto».

Come nascono i vostri gioielli?

«Lo stile mi interessa e mi affascina. I nostri gioielli nascono dalla nostra cultura, dall’essere italiani. L’Arcimboldo è nato, per esempio, da una mia idea nata dopo avere visto una splendida mostra a lui dedicata. I tagli di Fontana hanno dato vita a un’altra idea. E poi c’è la natura e il nostro modo, tutto italiano, di interpretarla: come, ad esempio, l’anello Rever che rappresenta l’interno di un geode».