Sergio Marchionne (Ansa)
Sergio Marchionne (Ansa)

Torino, 22 luglio 2018 - «Dopo la prima laurea in filosofia mio padre aveva già scelto il colore del taxi che voleva farmi guidare perché diceva che non sarebbe servita a nulla». Andò diversamente. Sergio Marchionne manager di statura mondiale, arriva in Fiat (oggi Fca) sull’onda della paura. Quando nel maggio 2004 muore improvvisamente Umberto Agnelli, si diffonde il panico. Nella famiglia Agnelli non ci sono più uomini: Gianni e Umberto sono morti, e così i figli, rimangono i nipoti, ma sono giovani. Al comando ci sono solo le sorelle, che mai si sono occupate di affari. In più la Fiat è di fatto fallita.

Il comando viene allora assunto da Susanna, che è stata sempre vicina ai due fratelli ed è donna di esperienza (è stata anche ministro degli Esteri). Nel giro di poche ore Susanna disegna la nuova Fiat: Luca Cordero di Montezemolo (che lei chiama affettuosamente Montezuma), presidente, e Sergio Marchionne, amministratore delegato. La scelta di Montezemolo è abbastanza logica: è un amico di famiglia da sempre, ha lavorato in Fiat, in quel momento è anche presidente della Confindustria, l’ideale quindi per rappresentare gli Agnelli presso il potere. Più rischiosa la carta Marchionne. In Italia non lo conosce quasi nessuno. Non risulta abbia mai lavorato per grandi gruppi industriali, si sa solo che Umberto lo stimava moltissimo, al punto da cooptarlo nel consiglio di amministrazione della Fiat. Il primo compito assegnato a Marchionne è da far tremare i polsi: la Fiat, ormai, è stata venduta alla General Motors. Anzi, i torinesi hanno in mano un contratto con il quale possono chiedere agli americani di rilevare tutto, farsi pagare e dire addio alle auto. È la loro grande occasione per trasformarsi in rentier e vivere tranquilli.

Sergio Marchionne, da Fiat a Fca. Così è nata la multinazionale

Marchionne parte per l’America e questo fa credere ai vertici della General Motors. E quelli per poco non svengono. La Fiat è di fatto fallita e anche Gm non sta tanto bene. Quindi gettano le carte sul tavolo: quanto volete per liberarci da questo assurdo impegno e andarvene? Marchionne, che è un manager abruzzese, ma cresciuto fra la Svizzera e il Canada, buon conoscitore dell’America, spara una cifra stellare: 1,55 miliardi di dollari. Si discute un po’, ma alla fine gli americani pagano. L’intesa viene firmata a New York alle 6.30 (ora italiana) e poi di corsa a Torino, dove alle 15 è convocato il consiglio di amministrazione per la ratifica. Sull’aereo che lo riporta in Italia Marchionne brinda: gli Agnelli rimangono nell’auto e Fiat è salva.

Inizia in quel momento una stagione, lunga 14 anni, che trasformerà la Fiat in multinazionale vera e cambierà anche il suo modo di stare in Italia: niente più pasticci col potere politico, nessun favore dai governi, patti chiari (e anche rotture) con i sindacati. Una linea manageriale molto rigida, che porterà persino Fiat a uscire da Confindustria e a sfidare i sindacati in un referendum (che vincerà) a Pomigliano d’Arco. Inaugura anche un nuovo stile aziendale: niente giacca e cravatta, maglioncino nero sempre, poche interviste, nessuna frequentazione salottiera, solo auto e bilanci aziendali, qualche partita a carte con pochi amici scelti.

Sergio Marchionne, il manager che ha rivoluzionato la Fiat

La svolta importante arriva 10 anni dopo. C’è di nuovo una crisi dell’auto e il terzo produttore Usa, la Chrysler, sta malissimo. Marchionne convince il presidente Obama a lasciargli prendere la Chrysler. Ottenuto il via libera dalla Casa Bianca, si apre una lunga e faticosa trattativa con il sindacato auto americano, che ha in mano il 40% della società. Nel gennaio 2014 arriva l’accordo e comincia la nuova vita della Fiat: non più ditta solo italiana, ma multinazionale.

I rapporti con la politica italiana si sono fatti intanto quasi inesistenti. Marchionne, alla sera, gioca volentieri a carte con Sergio Chiamparino, sindaco Pd di Torino, ma solo perché si trovano simpatici. Manifesta in qualche occasione ammirazione per Renzi, ma sempre con misura. In realtà, e lo si capisce benissimo, Marchionne non si fida della politica italiana, meglio stare lontani e non doverle niente.

Infatti, sempre nel 2014 la Fiat cambia pelle: ormai diventata Fca, porta la sede sociale in Olanda e la sede fiscale in Inghilterra. Qui rimangono un po’ di stabilimenti produttivi. La rivoluzione Marchionne è completata. Ha richiesto solo una decina d’anni.

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