Roma, 19 settembre 2018 -  Giovanni Tria tira dritto, ma non nasconde la sua netta irritazione. E a chi gli ha parlato nelle ore convulse dell’attacco di Luigi Di Maio spiega che il ministro del Tesoro "non può inventarsi risorse che non ci sono". Le parole "pubbliche" del capo grillino contro di lui non lo sorprendono, ma non per questo non lo feriscono.

Anzi, per quanto le abbia ascoltate anche in privato nel summit a Palazzo Chigi dell’altra sera, non si aspettava l’ulteriore pressing pubblico. Ma – fanno sapere fonti beninformate – il ministro dell’Economia non ha intenzione di mollare la presa. E se in altre precedenti occasioni ha minacciato le dimissioni, questa volta non ha bisogno di farlo. Un po’ perché queste sono costantemente sul tavolo, pronte per essere tradotte in fatti concreti. Ma soprattutto perché ha dalla sua il presidente della Repubblica e il governatore della Bce Mario Draghi, per non dire dello stesso premier Giuseppe Conte. E perché sa e dice che "i numeri sono quelli per tutti e non sono opinabili". Il risultato? I mercati si fidano di Tria e confidano sulla sua permanenza: non a caso lo spread cala ai minimi dalla nascita del governo giallo-verde, a quota 213 punti.

La giornata di Tria si apre a Milano con un doppio avviso alla comunità finanziaria. "Bisogna – insiste – andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media. E bisogna che gli investimenti pubblici tornino a essere il 3% del Pil nel breve. Dobbiamo recuperare un 30% di investimenti pubblici venuti meno negli ultimi anni". La giornata cambia verso, però, dopo che gli comunicano l’uscita di Di Maio contro di lui. Da quel momento è un girandola di telefonate e colloqui con tutti i referenti istituzionali e politici del ministro dell’Economia. Tria è rassicurato su tutti i fronti (tranne quello grillino) e a chi ha modo di parlargli spiega che dovranno chiedere apertamente le sue dimissioni se vorranno ottenerle. Eventualità che per il momento Di Maio ha escluso.

Il punto chiave della partita è che fin dall’altra sera, nel vertice di Palazzo Chigi, il responsabile di Via XX Settembre ha esposto senza fronzoli lo stato dell’arte: non è scontato, ad oggi, neanche che l’Ue conceda all’Italia di portare all’1,6% il rapporto deficit/Pil, l’asticella rischia di fermarsi all’1,5%. C’è chi stima che ci si possa spingere all’1,7% ma uno 0,1% in più porterebbe meno di due miliardi, non abbastanza per fare quello che chiede Di Maio, finanziare il reddito di cittadinanza a 780 euro al mese per 5 milioni di persone.

A far alzare a livelli mai visti prima la tensione sarebbero stati due passaggi del vertice di Palazzo Chigi, due in particolare. Il primo: Tria propone al M5s di aggiungere un miliardo ai fondi per finanziare il reddito di inclusione varato dai governi Pd. Il secondo: Giancarlo Giorgetti sostiene che, a risorse risicate, si può puntare tutto sulle pensioni (con quota 100) che sono tema comune a M5S e Lega. Non esiste, è la risposta pentastellata: il reddito di cittadinanza deve partire entro le europee. Ma "così è Di Maio ad andare a sbattere", dicono fonti di maggioranza. E nel silenzio del premier, in serata fonti leghiste prendono le distanze dalle parole del leader M5S: "Gli attacchi a Tria sono solo dei Cinquestelle – avvisano – noi teniamo una linea responsabile attenendoci al contratto di governo e rinviando la flat tax".

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