Giovanni Tria (Lapresse)
Giovanni Tria (Lapresse)

Roma, 21 settembre 2018 - Una grana dopo l’altra. Questa volta a innescare la mina è il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che conferma «interventi graduali» per tenere i conti in equilibrio ma ricorda anche che, nella versione originaria dei pentastellati, il reddito di cittadinanza era destinato anche agli stranieri residenti in Italia.

Un'ipotesi che fa infuriare il vicepremier leghista Matteo Salvini: «Sono sicuro che gli amici 5 Stelle garantiranno che a usufruire del reddito saranno solo e soltanto gli italiani». Appello subito raccolto dal grillino Stefano Buffagni: «Il reddito sarà destinato solo agli italiani». Anche se sarà obiettivamente difficile escludere almeno i cittadini europei. Il tutto, proprio nel giorno in cui alla Camera scoppia la guerra fra l’Anci e l’Associazione dei Comuni, dopo il varo definitivo del decreto Milleproroghe che conferma, tra l’altro, il taglio di 1,1 miliardi per le periferie. «Interrompiamo le relazioni», ha tuonato il numero uno dei sindaci, Antonio Decaro. Le tensioni nel governo preoccupano anche il Quirinale che ha provato a fare il pompiere avviando contatti telefonici con il ministro Tria e con il premier Conte anche con l’obiettivo di rompere l’assedio politico al fortino del Mef. A scatenare l’ennesima tempesta sulla manovra, le indiscrezioni su un aumento, sia pure selettivo, dell’Iva. Voci che hanno scatenato un fiume di polemiche da parte delle associazioni di categoria (a partire dai commercianti) e una serie di nette smentite da parte del governo, dal premier ai vice fino allo stesso Tria.

Nel frattempo, la Lega, con un documento, ha messo nero su bianco le sue priorità per la legge di Bilancio: pensioni a quota 100 a partire da 62 anni con 38 di contributi (anche con la possibilità di coprire i ‘buchi’ delle carriere dal ’96 in poi) flat tax per le piccole imprese, taglio delle accise sulla benzina, pace fiscale, mini-Ires sugli utili reinvestiti e cedolare secca sui negozi al 21%. Resta, però, tutto da sciogliere il nodo delle risorse da mettere in campo con la prossima manovra economica. I tecnici di Tria sono alla ricerca di un punto di compromesso fra le richieste dell’Ue e quelle dei partiti di maggioranza. L’obiettivo resta quello di un rapporto deficit/Pil all’1,6% che, tradotto in soldoni, significa una manovra ferma a 25 miliardi. Una soglia del tutto insufficiente per coprire le misure messe in campo dai due partiti della maggioranza. Non a caso, il pressing dei Cinquestelle per arrivare al 2% e anche oltre sta diventando, giorno dopo giorno, sempre più pressante. Un’operazione che libererebbe fra 6 e 8 miliardi, portando la legge di Bilancio a quota 30 miliardi.

Ieri Di Maio ha di nuovo fatto capire che sulla prossima manovra si giocherà il destino del governo: «Un governo serio trova le risorse necessarie per andare avanti. Il 2% non può essere un tabù. Se dobbiamo tirare a campare, allora è meglio andare a casa». Parole che suonano come un monito all’ala più ‘rigorista’ dell’esecutivo, favorevole a un varo graduale delle misure contenute nel contratto di governo. Ma Conte, da Salisburgo, si è apertamente schierato a difesa di Tria: «Non ci si può impiccare sui decimali, ma terremo i conti in ordine».