Roma, 10 agosto 2018 - L’affondo di Luigi Di Maio arriva all’ora di cena: «Il pareggio di bilancio in Costituzione va superato». E rende palese a tutti ciò che si muove dietro le quinte a due mesi dal varo della manovra, malgrado le smentite di rito: l’assedio a Tria è cominciato. Per ora il ministro resiste, ma i colpi diventano sempre più micidiali. Tanto da colpire al cuore uno dei passaggi del fiscal compact chiesti dall’Europa al tempo di Monti. Ed è solo la ciliegina sulla torta cucinata in una giornata che ha visto i due chef, pardon i due vicepremier, bocciare senz’appello le ipotesi del ministro dell’Economia di rottamare il bonus renziano degli 80 euro e di puntare su un aumento «selettivo» dell’Iva per far cassa.

Di buon mattino, infatti, Salvini e il leader grillino fanno intervenire Palazzo Chigi che assicura: «Sono fake news». Chi tocca quei fili, resta (politicamente) fulminato: operazione troppo impopolare. Ragion per cui i due soci contraenti masticano amaro contro il «guardiano dei conti» cui viene rimproverato di essere un corpo estraneo. Un «alieno» che non fa squadra, e non svela fino in fondo le sue intenzioni. Perché sia ben chiaro chi comanda, escono allo scoperto uno dopo l’altro: «Il governo non toglie il bonus e non aumenta l’Iva», assicura il leader leghista, trattenuto per la giacchetta da Giorgetti che gli consiglia di non esagerare. E il capo politico M5S chiosa: «L’esecutivo è compatto nella volontà di non mettere le mani nelle tasche degli italiani». 
 
Incassa il colpo Tria ufficialmente senza ribattere. Ma ai due soci di maggioranza del governo fa notare che «comunque» servono risorse per avviare flat tax e reddito di cittadinanza, e questi soldi da qualche parte vanno trovati. Del resto, sul bonus ci sono anche problemi tecnici, a partire dai contribuenti che da un anno all’altro scoprono di aver perso o acquisito il diritto per cambi, anche modesti, di reddito. Così, il vice ministro Garavaglia (Lega) suggerisce di aggirarli «trasformando gli 80 euro in una riduzione fiscale, anziché in un esborso». Un compromesso che Salvini e Di Maio guardano con diffidenza: temono di dar comunque l’impressione agli elettori che siano stati cancellati, e in ogni caso sarebbe un’operazione puramente cosmetica. A ben vedere, va in onda un copione già visto altre volte. Per quante tensioni possano esserci sotto pelle tra Lega e M5S su grandi opere e dintorni quando si tratta di sfidare Tria sui conti i due partiti fanno blocco: l’obiettivo? Non perdere consenso per strade con misure impopolari. Naturalmente c’è tempo per trovare una via d’uscita prima dell’autunno, ma tutto lascia pensare che sarà inevitabile un confronto più teso di quanto vorrebbero Mattarella, Tria e lo stesso Conte con Bruxelles. Sì, perché l’unico modo per salvare conti e propaganda porta in Europa, con il superamento dei vincoli Ue. Lo dice chiaro e tondo Di Maio: «Il pareggio di bilancio in Costituzione va superato, anche se per ora non ci abbiamo messo la testa (come precisato mercoledì dal premier, ndr)».
 
In effetti, all’Economia in queste ore si lavora su una manovra intorno ai 25 miliardi, di cui la metà circa (12,4) servirebbe per disinnescare l’aumento dell’Iva a gennaio. Lo scopo è quello di farsi finanziare in deficit, ottenendo dalla Ue una flessibilità sul rapporto deficit/Pil dello 0,8 per cento passando dall’1,2 previsto al 2% del 2019. Se non dovesse bastare per accontentare i due partiti di maggioranza, il ministro potrebbe spingere ulteriormente sul pedale della flessibilità e chiedere di arrivare fino all’1%, utilizzando la leva indicata dal ministro Savona: non considerare nel deficit gli investimenti pubblici.