Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (Newpress)
Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (Newpress)

Roma, 14 settembre 2018 - Doveva essere un summit per presentare il conto al ministro dell’Economia, ma, dopo l’avvertimento di Mario Draghi (e la moral suasion del Colle), il vertice serale di Palazzo Chigi tra il premier, i vice premier e il responsabile di Via XX Settembre si è trasformato in un appuntamento per calmierare le richieste giallo-verdi su pensioni, flat tax , reddito di cittadinanza.

Manovra finanziaria 2019 da 30 miliardi. Otto per Lega, 8 per M5S: ecco gli interventi

Tanto che fonti beninformate, alla fine della riunione, fanno sapere che Giovanni Tria andrà a trattare con Bruxelles un surplus di flessibilità di uno 0,1-0,2% in più. Il che, tradotto, vuol dire che non solo non ci sarà nessuno sforamento del rapporto deficit/Pil, ma che quest’ultimo si attesterà all’1,6, al massimo all’1,7%. E, dunque, che gli interventi-bandiera di Lega e 5 Stelle potranno solo essere avviati nel 2019 con una dote complessiva non superiore a 10 miliardi: una sorta di assaggio che non dovrà mettere a repentaglio i conti italiani. Un punto di caduta che, almeno per quel che riguarda il rapporto con l’Europa, non sarebbe andato giù al ministro Paolo Savona, il cui malcontento negli ultimi giorni ha raggiunto il massimo livello di guardia.

Insomma, Tria entra ed esce dal gabinetto di guerra di Palazzo Chigi super blindato da Draghi e ben sostenuto dallo stesso Conte. Il ministro dell’Economia, che l’altro ieri aveva minacciato le dimissioni di fronte al nuovo pressing soprattutto dei grillini, non esita a ricorrere alle parole del governatore Bce sia con Matteo Salvini sia con Luigi Di Maio per spingere sul freno delle richieste. "Serve equilibrio – ha spiegato – perché le parole eccessive fanno danni». E serve equilibrio e prudenza con Bruxelles, perché è con questa Commissione che si dovrà negoziare la flessibilità da utilizzare in manovra. I due capi politici cercano di fare buon viso a cattivo gioco, ma solo fino a un certo punto. Tanto che il leghista in serata non manca di criticare lo stesso Draghi. Più cauto il leader M5S che fin dalla mattina frena nettamente sulle voci di ultimatum verso il titolare del Mef. Il che non gli impedisce di insistere: «Il reddito di cittadinanza sarà al centro della legge di Bilancio, insieme al tema delle pensioni e del fisco. Per noi è imprescindibile".

Il punto, però, è proprio il contenuto della manovra finanziaria. Le ultime indiscrezioni parlano di un punto di caduta di 5 miliardi per la Lega e la sua flat tax e 5 miliardi per il reddito di cittadinanza di marca pentastellata. Misura che potrebbe partire non a inizio anno (in tal caso costerebbe 9 miliardi) ma dal mese di maggio e non oltre, con Di Maio che definisce "non plausibile" l’ipotesi che il reddito di cittadinanza parta da luglio. E si attingerebbe certamente al "tesoretto" impiegato finora per il Reddito di inclusione. Allo stesso modo, la flat tax potrebbe partire con un primissimo step al quale si accompagnerebbe la riforma delle pensioni "quota 100".

Nell'agenda dei prossimi appuntamenti, però, ci sarà anche il nodo Savona. La non partecipazione all’ultimo Ecofin e la reazione, tiepida, al documento inviato a Bruxelles sembrano aver aumentato il suo malessere. E ieri il forfait al question time al Senato è stato interpretato, da qualcuno in maggioranza, come un plateale segno di protesta. Anche se, assicura chi lo ha sentito in queste ore, un suo passo indietro è per ora escluso.

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