Alla riapertura della circolazione prevista dalla Fase 2 il settore agricolo arriva con aspettative elevate e forti trepidazioni. Di fatto la produzione e l’attività delle imprese del settore non si è mai fermata, anzi è stato fonte continua di approvvigionamento di materie prime per l’industria di trasformazione e distribuzione alimentare, mantenendo l’occupazione e ricorrendo solo parzialmente alla cassa integrazione. Lavorazioni del terreno, potature, trattamenti fitosanitari, distribuzione dei mangimi negli allevamenti, solo per citare alcuni costi di gestione, hanno inciso negativamente sui flussi di cassa aziendale. La trepidazione alla riapertura dei mercati al consumo è quindi più che giustificata. La drammatica riduzione dei consumi e delle vendite ed il contemporaneo perpetrarsi dei costi di produzione ha quindi creato un grave problema di liquidità alle imprese durante la fase uno. Le misure di governo per garantire liquidità non hanno permesso di coprire questo gap se non attraverso il ricorso a prestiti, fra l’altro non sempre erogati, sia per il problema del merito creditizio, sia per l’eventuale presenza di sofferenze bancarie che escludeva l’erogazione.

La speranza di recuperare flussi positivi di cassa attraverso la riapertura dei mercati è dunque altissima per le imprese dell’agro-alimentari italiano. Purtroppo il rimbalzo positivo dei consumi non si registra, tutt’altro. Anzi, alla crisi di liquidità si è aggiunta la drammatica difficoltà degli incassi, persino delle vendite di fine anno scorso, spesso non ancora pagate dal canale Horeca costretto alla chiusura nella fase uno. Occorrono misure urgenti di politica economica per ricuperare la crescita dei consumi. E se incominciassimo riducendo di qualche punto l’Iva?

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