Roma, 25 luglio 2017 - A fare la differenza sono i ‘super-bonus’, le liquidazioni milionarie incassate dai top manager quando hanno lasciato le aziende. Un conto che, dal 2008 a oggi, ha raggiunto la cifra astronomica di 304 milioni di euro. Un terzo è finito nelle tasche di Cesare Romiti (105 milioni dopo 24 anni di lavoro). Ma al secondo e terzo posto troviamo due banchieri: Alessandro Profumo (che ha incassato oltre 40 milioni per divorziare da Unicredit) e Matteo Arpe (che lasciò Capitalia, dopo 7 anni di attività, con una buonuscita pari a 37,5 milioni). Si tratta di eccezioni, casi limite. Ma sono i numeri che hanno spinto in alto i manager italiani nella speciale classifica dei Paperoni d’Europa.

Tanto che, nel 2011, erano addirittura balzati al secondo posto, dopo gli ad delle imprese del Regno Unito. Cifre che vanno ben oltre alla direttiva europea sul ‘tetto’ alle liquidazioni, pari più o meno a due annualità di stipendio, e alle norme suggerite dalla Consob ai Comitati per le remunerazioni, quelli che decidono le policy aziendali in materia. Tre regole semplici semplici: riferimento a parametri certi, stretta connessione con le performance raggiunte, maggiore trasparenza. Al netto dei super-bonus, la retribuzione dei top manager tricolori resta più o meno in linea con quella dei rispettivi colleghi degli altri Paesi. Con una differenza: la quota di retribuzione fissa dello stipendio è la più alta d’Europa. Come a dire: i nostri manager sono più garantiti anche rispetto alle performance delle aziende che si trovano a guidare. Basta guardare ai dati dell’ultimo report elaborato nel 2016 da Ecgs, il network di società di consulenza indipendenti, tra cui l’italiana Frontis Governance fondata da Sergio Carbonara, per avere la dimensione del fenomeno. I manager italiani sono al primo posto per lo stipendio base (in media 1,31 milioni di euro) e al nono per quello che riguarda i bonus (0,666 milioni). Con un’ulteriore indicazione: è vero che i premi sono più bassi rispetto a quelli di Inghilterra, Svizzera o Germania, ma sono anche più sicuri.

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«Ho messo a confronto – spiega Carbonara – i bonus erogati coi risultati conseguiti dalle aziende. Nella maggioranza dei casi non c’è alcuna correlazione e l’impressione dominante è che si tratti, anche in questo ambito, di componenti più o meno fisse dello stipendio. Una tendenza che, negli ultimi anni, si è andata attenuando». Si guardi a ciò che è successo nel 2016 in Olanda, balzata al primo posto dei Paesi con le remunerazioni più ricche, con 5,66 milioni di euro. Tutto merito di Fca e del suo manager Sergio Marchionne, che ha una retribuzione di 70 milioni di euro, un record fra gli ad europei. Per quanto riguarda la retribuzione media, la palma spetta alla Germania, con 4,52 milioni. Al netto dell’Olanda, le aziende inglesi sono quelle più generose, con stipendi che superano i 5 milioni. Ma sono anche quelle che erogano i bonus più ricchi, 1,37 milioni in media che diventano 3 se aggiungiamo gli ‘incentivi a lungo termine’, erogati col trasferimento di quote azionarie.