Concia vegetale: la pelle diventa più sostenibile e di alta gamma

Concia vegetale: la pelle diventa più sostenibile e di alta gamma
Concia vegetale: la pelle diventa più sostenibile e di alta gamma

C’È UNA RICERCA SCIENTIFICA che colloca la vera pelle italiana conciata al vegetale nella fascia più alta (80% - 100%) dei materiali di origine biologica contemporanei come cotone e lana, contro una media del 25% presente nei materiali alternativi dichiarati sostenibili perché derivati da cactus, ananas, mela o altri tipi di vegetale. La prova è arrivata da un’analisi simile a quella che si usa per datare i reperti archeologici. È stato così possibile determinare quanta parte è biologica e quanta è derivata dal petrolio in una grande quantità di materiali presenti nel settore della moda. Un prodotto di nicchia, dunque, la pelle al vegetale, che esce dalle 19 concerie del Comprensorio del Cuoio, tra le province di Pisa e Firenze, che sono associate al Consorzio che ne tutela marchio e produzione, con tanto di cartellino di garanzia e marchio di qualità. Un insieme di aziende, quelle associate, che vale un giro d’affari di 150 milioni di euro l’anno e una produzione per oltre il 50% destinata all’export, con punte importanti in Giappone e Corea, e nel nord Europa (Francia e Olanda).

La concia vegetale ha origini antichissime, e consiste nel trasformare un pelle grezza di origine animale in un materiale che ne rispetta il più possibile le caratteristiche originarie, utilizzando, come reagenti chimici, esclusivamente sostanze che si trovano in natura (in particolare nelle cortecce di alcuni alberi) chiamate tannini. Nasce così un pelle che assorbe tracce di vissuto. Invecchia. Ma non si rovina. Cambia. E diventa più bella. Ne parliamo con Leonardo Volpi, presidente del Consorzio che ha sede a Ponte a Egola, nel Pisano.

Presidente, un prodotto di nicchia, appunto, abbiamo sempre detto, ma strategico per il comparto conciario

"È un segmento del conciario, che anche per la particolarità della lavorazione, ha un maggior costo. E che si rivolge così alla fascia alta del mercato, quella che anche per la pandemia ha sofferto di meno".

Qual è la forza della pelle conciata al vegetale?

"È una pelle di marcata personalità, in grado di personalizzare il prodotto. Un pelle per lo più orientata al settore della pelletteria, come borse, cinture, portafogli, portachiavi. Ma che sta avanzando, pur con piccoli passi, anche nell’arredamento. Una pelle che per gran parte finisce in mano ai grandi artigiani del mondo – molti giapponesi e coreani – più che alle firme più conosciute del mercato della moda. Sto, ovviamente, parlando di artigiani che realizzano prodotti di alta gamma".

Ma c’è attenzione anche da parte delle maison di moda, giusto?

"Sì, certo che c’è. Nei brand è fortemente in crescita l’attenzione alla sostenibilità e poi, ribadisco, è una pelle che può caratterizzare in modo importante il prodotto in alcuni particolari o dettagli".

In questi ultimi tempi, come Consorzio, avete spinto molto sulla promozione delle caratteristiche della pelle conciata al vegetale e sulla ricerca. Quali obiettivi?

"Per quanto riguarda la ricerca l’esigenza era quella di dimostrare con dati scientifici che andiamo nella direzione della circolarità e la tradizione resta la scelta migliore da perseguire. Da qui la decisione di sottoporre ad analisi i pellami delle nostre concerie per misurare il grado di sostenibilità del materiale ed orientare scelte e decisioni future. Considerato anche che in mercati per noi strategici, come ad esempio il Giappone, c’è forte la sensibilità a queste tematiche da parte del consumatore finale. Così, nei mesi scorsi, un prestigioso chimico come Gustavo Adrián Defeo ha misurato l’incidenza del carbonio bio-based (di origine biologica) e la presenza di derivati del petrolio sui campioni delle concerie associate, confrontandolo con quello nei materiali alternativi".

Il risultato?

"Le pelli analizzate, trattate con estratti vegetali secondo il disciplinare di produzione del Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale, raggiungono contenuti di carbonio bio-based che portano il nostro prodotto a fianco di lana e cotone. Lo sapevamo, certo, ma avevamo necessità di dimostrarlo. Anche per fare chiarezza sulla concorrenza di produzioni spacciate per bio. E che bio non sono, essendo realizzate con una grande quantità di resine".

La prossima settimana, dal 19 al 21 settembre, c’è un importante appuntamento per tutte l’area pelle, Lineapelle Milano.

"Ci saremo e valorizzeremo ancora questa ricerca. Poi il primo novembre saremo a Tokyo per presentare la nostra ricerca con un evento dedicato al consumatore finale. Questa in Giappone sarà una prima tappa di un percorso di presentazioni che toccherà anche altri Paesi".

Uno sguardo all’andamento economico del settore?

"La pandemia ha pesato più dopo che durante l’emergenza sanitaria perché ha imposto una riorganizzazione dei mercati che è ancora in corso. Non registriamo perdite di mercato come prodotto. Ma difficoltà, appunto, perché la situazione non si è assestata e questo ha portato a cali di produzione. Non di fatturato".