di Andrea Ropa

Un quadro fatto di luci e di ombre. È il sentiment con il quale gli italiani vivono il lavoro da remoto, dopo che la pandemia ha portato il numero degli smart worker dai circa 570mila del 2019 agli attuali 4 milioni. Lo dimostra uno studio condotto da Oricon (Osservatorio Ristorazione Collettiva e Nutrizione) con Euromedia Research, dal quale emerge che lo smart working sta rendendo sempre più profonda la frattura sociale tra i lavoratori che possono contare su maggiori garanzie e agevolazioni e i lavoratori meno tutelati, mettendo in evidenza quelle disuguaglianze che il lavoro in sede, con i suoi benefit, aveva in qualche modo contribuito a livellare.

Se a una prima analisi dei dati lo smart working sembra piacere ai più, con il 47,2% dei lavoratori intervistati che vede positivamente la possibilità di continuare a lavorare da remoto, il dato cambia sensibilmente quando l’analisi si sposta su un’ipotesi di futuro per sempre in smart working. Qui il 41% degli intervistati, di cui oltre il 40% donne e il 45% con figli, risponde negativamente, percentuale che sale fino al 68% quando a rispondere sono coloro che hanno già avuto modo, a cavallo tra le prime due ondate della pandemia, di tornare a lavorare in sede dopo un periodo a casa.

La ricerca sottolinea inoltre un’iportante differenza di genere: mentre il 62,4 dei lavoratori maschi afferma di essere riuscito a conciliare vita professionale famiglia, il 54,3% delle donne dichiara di avere avuto forti difficoltà a farlo. Tra i lavoratori che sono rientrati in sede dopo un periodo di smart working, il 30,2% riconosce difficoltà nel separare vita privata e lavoro, il 23,5% rileva un maggior carico di lavoro affrontato nelle giornate a casa senza limiti di orario. Il 22,8% sottolinea le difficoltà operative per la mancanza di una postazione di lavoro adeguatamente allestita e problemi tecnici di connessione. Oltre il 20% si sente penalizzato dal fatto di non poter disporre di strumenti tecnologici e documenti utili per il proprio lavoro, il 16,7% riconosce un calo della concentrazione e il 20% degli stessi evidenzia difficoltà organizzative generali.

Contrastanti anche i dati relativi al tema alimentazione. A fronte dell’82% degli intervistati convinti di aver dedicato, durante il primo lockdown, maggiore attenzione alla qualità del cibo consumato e ai pasti in famiglia, un lavoratore su cinque tra chi è tornato a lavorare in sede e che dispone di una mensa aziendale dichiara di essersi reso conto di aver fatto, da casa, pasti irregolari e quindi di aver preso coscienza, una volta tornato in sede, di un peggioramento generale della propria alimentazione durante la vita lavorativa da casa.

Nel dettaglio, il 16,1% degli intervistati dichiara di aver mangiato di più stando a casa, il 68,6% di aver seguito un’alimentazione più disordinata, poco bilanciata, fatta di spuntini frequenti, dedicando anche minore tempo alla pausa pranzo, spesso consumata in solitudine. Chi è abituato a pranzare in mensa o fuori casa riconosce il valore di questo pasto sia da un punto di vista nutrizionale sia per l’ottimizzazione della propria produttività e la gestione dei tempi di lavoro. L’80% degli intervistati evidenzia infatti l’importanza di avere una mensa aziendale, percentuale che sale al 90% tra chi abitualmente ne dispone. Gli intervistati riconoscono alla mensa aziendale una funzione sociale fondamentale: non solo si consumano pasti in generale più completi ed equilibrati ma è anche un’occasione per socializzare con i colleghi, condividere pensieri, momenti di leggerezza e di confronto. Tutti aspetti che contribuiscono, nel complesso, a migliorare il clima aziendale e il benessere dei lavoratori.

"Questi dati – commenta il presidente di Oricon Carlo Scarsciotti (nella foto in basso) – raccontano un’Italia stretta nella morsa di una pandemia che ci ha costretti a un cambiamento, a cui ci siamo adattati e dal quale siamo stati capaci di tirare fuori i lati positivi, ma che non rappresenta e non può rappresentare la nostra normalità, né oggi né in futuro".