21 dic 2020

Lo smart working peggiora la pausa pranzo Chi aveva una mensa aziendale la rimpiange

L’analisi di Oricon ed Euromedia Research

andrea ropa
Economia

di Andrea Ropa

Un quadro fatto di luci e di ombre. È il sentiment con il quale gli italiani vivono il lavoro da remoto, dopo che la pandemia ha portato il numero degli smart worker dai circa 570mila del 2019 agli attuali 4 milioni. Lo dimostra uno studio condotto da Oricon (Osservatorio Ristorazione Collettiva e Nutrizione) con Euromedia Research, dal quale emerge che lo smart working sta rendendo sempre più profonda la frattura sociale tra i lavoratori che possono contare su maggiori garanzie e agevolazioni e i lavoratori meno tutelati, mettendo in evidenza quelle disuguaglianze che il lavoro in sede, con i suoi benefit, aveva in qualche modo contribuito a livellare.

Se a una prima analisi dei dati lo smart working sembra piacere ai più, con il 47,2% dei lavoratori intervistati che vede positivamente la possibilità di continuare a lavorare da remoto, il dato cambia sensibilmente quando l’analisi si sposta su un’ipotesi di futuro per sempre in smart working. Qui il 41% degli intervistati, di cui oltre il 40% donne e il 45% con figli, risponde negativamente, percentuale che sale fino al 68% quando a rispondere sono coloro che hanno già avuto modo, a cavallo tra le prime due ondate della pandemia, di tornare a lavorare in sede dopo un periodo a casa.

La ricerca sottolinea inoltre un’iportante differenza di genere: mentre il 62,4 dei lavoratori maschi afferma di essere riuscito a conciliare vita professionale famiglia, il 54,3% delle donne dichiara di avere avuto forti difficoltà a farlo. Tra i lavoratori che sono rientrati in sede dopo un periodo di smart working, il 30,2% riconosce difficoltà nel separare vita privata e lavoro, il 23,5% rileva un maggior carico di lavoro affrontato nelle giornate a casa senza limiti di orario. Il 22,8% sottolinea le difficoltà operative per la mancanza di una postazione di lavoro adeguatamente allestita e problemi tecnici di connessione. Oltre il 20% si sente penalizzato dal fatto di non poter disporre di strumenti tecnologici e documenti utili per il proprio lavoro, il 16,7% riconosce un calo della concentrazione e il 20% degli stessi evidenzia difficoltà organizzative generali.

Contrastanti anche i dati relativi al tema alimentazione. A fronte dell’82% degli intervistati convinti di aver dedicato, durante il primo lockdown, maggiore attenzione alla qualità del cibo consumato e ai pasti in famiglia, un lavoratore su cinque tra chi è tornato a lavorare in sede e che dispone di una mensa aziendale dichiara di essersi reso conto di aver fatto, da casa, pasti irregolari e quindi di aver preso coscienza, una volta tornato in sede, di un peggioramento generale della propria alimentazione durante la vita lavorativa da casa.

Nel dettaglio, il 16,1% degli intervistati dichiara di aver mangiato di più stando a casa, il 68,6% di aver seguito un’alimentazione più disordinata, poco bilanciata, fatta di spuntini frequenti, dedicando anche minore tempo alla pausa pranzo, spesso consumata in solitudine. Chi è abituato a pranzare in mensa o fuori casa riconosce il valore di questo pasto sia da un punto di vista nutrizionale sia per l’ottimizzazione della propria produttività e la gestione dei tempi di lavoro. L’80% degli intervistati evidenzia infatti l’importanza di avere una mensa aziendale, percentuale che sale al 90% tra chi abitualmente ne dispone. Gli intervistati riconoscono alla mensa aziendale una funzione sociale fondamentale: non solo si consumano pasti in generale più completi ed equilibrati ma è anche un’occasione per socializzare con i colleghi, condividere pensieri, momenti di leggerezza e di confronto. Tutti aspetti che contribuiscono, nel complesso, a migliorare il clima aziendale e il benessere dei lavoratori.

"Questi dati – commenta il presidente di Oricon Carlo Scarsciotti (nella foto in basso) – raccontano un’Italia stretta nella morsa di una pandemia che ci ha costretti a un cambiamento, a cui ci siamo adattati e dal quale siamo stati capaci di tirare fuori i lati positivi, ma che non rappresenta e non può rappresentare la nostra normalità, né oggi né in futuro".

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