Licia Mattioli (Imagoeconomica)
Licia Mattioli (Imagoeconomica)

Milano, 19 febbraio 2020 - Licia Mattioli, 52 anni, corre per la presidenza nazionale di Confindustria con lo spirito che solo certe imprenditrici mostrano di avere: coniugare la capacità di sognare ("Voglio realizzare l’impresa che cambia l’Italia", dice) con una robusta dose di pragmatismo.
«Basta scartoffie». Cito il suo programma, lei dice proprio così....
"Sì, perché dobbiamo semplificare, a partire dai processi autorizzativi. Dobbiamo passare dalle attuali 150mila a 15mila norme, come in Germania".
Lei propone il Modello Genova: che significa?
"Ha visto il ponte di Genova? Abbiamo dimostrato che con un commissario si può costruire un’opera titanica in un anno e mezzo".
Era un’emergenza...
"Certo, a casi estremi misure estreme. Ma questo è il Paese da casi estremi. Applichiamo questo modello alle altre infrastrutture ferme, affidando le opere da sbloccare a commissari scelti sul mercato, tra professionisti, e non imposti dall’alto".
Perché siamo a questo punto ?
"Il motivo è che ci sono regole che tendono a mettere in difficoltà chi vuole applicarle perché pensate per chi vuole violarle".
Confindustria avrà un ruolo attivo in questo passaggio?
"Confindustria deve fare proposte di politica industriale e dire a questo governo dove le imprese vogliono andare".
Lei vorrebbe inserire la parola impresa in Costituzione: ce n’è ancora bisogno?
"Beh è paradossale che sia assente il termine dalla Carta. Dimostra una vecchia cultura anti imprenditoriale".
Non crede che oggi la cultura anti impresa sia stata scavalcata dalla cultura anti opere, dalla retorica della decrescita felice che blocca tutto?
"È un problema culturale, il nostro è il Paese dove ormai prevale il no. Però c’è anche una responsabilità della cattiva informazione. Non sempre le opere vengono spiegate o comprese per quello che sono".
Ad esempio?
"Parliamo delle trivelle? Vengono descritte come opere che distruggono l’ambiente quando non è vero. Si preferisce mettere a rischio tremila posti di lavoro. Bisogna raccontare le cose per come stanno".
Ci siamo abituati al mix tra que sta cultura e la burocrazia ossessiva... .
"Abbiamo una norma per ogni evenienza. Le cito un aneddoto: un imprenditore ha chiesto a 10 commercialisti come risolvere un quesito fiscale. Ebbene, ha ricevuto 10 risposte diverse".
Come si fa a investire in questo ambiente?
"E’ difficile. Infatti ci sono miliardi fermi per opere bloccate. Il commissario è la prima misura shock. Poi però bisogna cambiare la normativa e responsabilizzare i funzionari pubblici".
Ovvero?
"I dirigenti che devono apporre la loro firma ad autorizzazioni, spesso hanno paura di sbagliare e si fermano. Bisogna cambiare le logiche, introdurre il silenzio assenso, le autocertificazioni. Noi imprenditori siamo abituati a prenderci le responsabilità.... Ma sa qual è la vera domanda da farsi?"
Qual è?
"Malgrado questa situazione le nostre aziende ottengono risultati straordinari: che cosa farebbero senza tutti questi vincoli?".
Forse ci sarebbero meno tavoli di crisi aperti?
"Anche. Per questo dico: cominciamo a prevenire. Se ci occupiamo oggi delle trivelle e non aspettiamo che le aziende chiudano, eviteremo nuovi tavoli di crisi".
E quando la crisi arriva?
"Bisogna mettere in fila la catena di interessi che stanno attorno all’azienda: le banche, i fornitori, i clienti, l’indotto. Le soluzioni si trovano insieme".
Le sue priorità?
"La certezza del diritto, la giustizia veloce, la sburocratizzazione. Valgono più che diminuire le tasse. Riformiamo il transfer price (la definizione del prezzo congruo in un’operazione, ndr): regole chiare e adeguate evitano contenziosi tributari infiniti. Proponiamo un piano di politica industriale al governo e semplifichiamo la vita a chi fa impresa"
In che modo?
"Intanto con gli sportelli unici dove le imprese trovino tutte le soluzioni ai cavilli burocratici".