Bologna, 2 novembre 2016 -  Che trentadue anni al potere non siano pochi, Claudio Levorato, presidente di Manutencoop Società Cooperativa – la cooperativa che controlla Manutencoop, colosso del facility management – lo dimostra col suo ufficio: un angolo di casa, fatto di quadri, tappeti e mobili antichi, nel bel mezzo di un contesto industriale. Da lì, 13 anni fa, Levorato lanciò la sua prima crociata: fondare una Spa a cui delegare il lavoro dei soci. «Un peccato gravissimo – ricorda oggi – che Legacoop mi fece pagare caro». Ancora in piedi nonostante le botte prese, da quello stesso ufficio, prepara la sua ultima crociata: conquistare i mercati internazionali a costo di vedere la cooperativa e scendere in minoranza nel capitale della controllata.

Presidente, lei ha perso le sue radici.
«Me lo dicono da 36 anni. Come se creare lavoro e ben retribuito per i propri soci non fosse il fine primario di una cooperativa di produzione e lavoro».

Che cos’altro le dicono?
«Secondo i giornali sono il gran burattinaio del potere occulto nelle coop rosse. Il trait d’union tra i comunisti nella finanza e quelli al potere politico».

In effetti fu iscritto al Pci.
«Sì, e ne uscii a 30 anni esatti, dopo l’assassinio di Moro, deluso dal vedere sfumare il suo sogno di cambiare la società col compromesso storico».

Diventò cooperatore, e ora sta uccidendo anche quel mondo...
«Semplicemente, da anni mi ritrovo a fare il bastian contrario, ammettendo pubblicamente quali nodi, nelle coop, non possono che venire al pettine».

Avanti: quali?
«La forma cooperativa è inadeguata a recepire capitali di rischio. Per farlo bisogna aprirsi al mercato. Io l’ho fatto, e la mia coop, che fatturava 16 milioni e lavorava solo a Bologna, oggi fattura quasi 1 miliardo di euro, occupa oltre 20mila persone e lavora in tutta Italia. Ma poiché non basta ancora per competere con le multinazionali del settore, non escludiamo di vendere altre quote e finire in minoranza, se necessario. Una scelta condivisa con i soci e già deliberata la scorsa estate».

Ma così la sua coop non si snatura?
«Perché, lei crede al fatto che una cooperativa sia così diversa da una società privata? Le rispondo con Mao Tse Tung, che i miei vecchi compagni non citano più: ‘non importa di che colore sia il gatto. Ciò che importa è che prenda i topi’».

Manutencoop di topi ne ha presi eccome.
«E per farlo ha dovuto aprirsi al capitale. Ma l’unica differenza tra una coop e una società privata è che una società ha a capo una famiglia, che eredita soldi e potere, mentre noi non siamo proprietari di nulla, se non del nostro lavoro».

Tutti uguali: tanti soci e neppure un ad, come recitava un vecchio spot.
«Lo ricordo, ma le rivelo una cosa: gli ad e i manager, nelle coop ci sono eccome. E vengono pagati quanto se non più che nelle Spa. Chieda al signor Stefanini o al signor Cimbri, che recentemente si sono aumentati gli emolumenti nonostante il valore di Borsa della società sia drammaticamente diminuito».

Che cosa fa, attacca Unipol, il faro del movimento cooperativo?
«Intanto chiariamo i termini: ‘movimento cooperativo’ lo usiamo ancora alle riunioni di Legacoop, solo per sentirci in pace con il passato. In realtà, più che un movimento, la Lega è un’organizzazione politica, fatta di imprese con gruppi dirigenti che perseguono sempre più spesso i propri interessi e non quelli del movimento. Così fa Unipol ed è un bene, visto che la concorrenza interna è solo positiva. Ma se penso al passato, la situazione attuale mi ricorda tanto la caduta del Muro di Berlino, quando i vecchi oligarchi del Pcus ne approfittarono per tenersi il potere e condividerlo col proprio clan. Questo vedo in Legacoop, questo vedo in Unipol».

Manutencoop non è socia di Unipol?
«Purtroppo. E il sistema di scatole cinesi ideato a suo tempo da Consorte, e che io fui l’unico a osteggiare, non ci permette di uscire. Ci entrammo perché credevamo al sogno che anche le coop potessero fare finanza per sostenere la propria crescita. Ma di quel sogno oggi non c’è più nulla, e Unipol, anziché arricchire le coop che l’hanno finanziata le impoverisce, visto che il suo valore attuale è inferiore all’aumento di capitale da noi versato. Con quei soldi avremmo potuto finanziare lo sviluppo di Manutencoop, ma non possiamo riprenderceli. Siamo costretti a chiederli al mercato, venendo tacciati di snaturare il senso cooperativo».

Lei è stato pluri-indagato. Qualcuno domani dirà: da che pulpito...
«Nel corso di 32 anni sono stato indagato qualche volta e, per quanto è in mia conoscenza, i pm hanno sempre poi chiesto l’archiviazione. In un solo caso sono stato rinviato a giudizio e finalmente potrò difendermi a processo. Ma vede: il chiacchiericcio da un lato e le gogne mediatiche dall’altro, sono più veloci a montare e sparire, ma meno rassicuranti delle vicende giudiziarie. Che tengono sulla graticola gli imputati per anni, ma sono scandite dalle leggi, e presto o tardi arrivano all’accertamento della verità. Ciò che aspetto. Fiducioso».