Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (Ansa)

Roma, 1 settembre 2018 - Il momento della verità si avvicina. Chiusa la pausa estiva, il governo deve metter mano alle uniche questioni veramente spinose che ha di fronte: la nota di aggiornamento del Def e la legge di bilancio. Che fosse un percorso accidentato si sapeva fin dalla ratifica del contratto tra Lega e M5s, ma rischia di rivelarsi ancora più impervio per le nuvole che si addensano su Palazzo Chigi. Non si placano le preoccupazioni dei mercati sull’Italia e il termometro dello spread è arrivato a sfondare quota 290 nel giorno in cui l’agenzia Fitch conferma il rating BBB rivedendo al ribasso l’outlook: a questo punto, gli operatori finanziari aspettano di capire cosa farà davvero l’esecutivo, fino a che punto spingerà l’indebitamento per finanziare le misure cardine del programma, e cioè reddito di cittadinanza, flat tax e revisione della legge Fornero.

Gli impegni presi con Bruxelles prevedevano un forte risanamento, con il deficit in calo nel 2019 dello 0,9 però nel governo cresce il numero di chi vorrebbe andare oltre, sforando il tetto del 3%. A indicare una soluzione prova il sottosegretario leghista Giorgetti nella consapevolezza che una crescita fragile restringe i margini: "Sforare? Sì, se è per mettere in sicurezza il Paese. Dobbiamo intavolare un negoziato con Bruxelles". Una dichiarazione che sembra un atto di guerra ma dagli addetti ai lavori viene interpretata come un ponte tra M5s, pronti a tutto pur di portare a casa il reddito di cittadinanza, e il ministero dell’Economia. In sostanza, il plenipotenziario di Salvini ripropone il gioco fatto da Renzi: togliere dal computo del deficit i soldi destinati alle infrastrutture. Ma l’inquilino di via XX settembre resta fermo sulle sue posizioni, le uniche – è il ragionamento di Tria, condiviso dal premier Conte e dal Quirinale – che possono permettere all’Italia di approvvigionarsi ai mercati con una certa tranquillità. Il debito dovrà continuare a scendere magari in modo più graduale di quanto previsto, ma senza inversioni di rotta. Anche perché, si sottolinea dalle sue parti, Giorgetti sa bene quante risorse già ci sono in bilancio per gli investimenti: 140 miliardi in 10 anni. Basterebbe poterle sbloccare per creare più crescita, senza mettere a rischio i conti.

Del resto, da Bruxelles arriva l’ennesimo avvertimento sullo sforamento del 3%: le regole sono uguali per tutti, i margini di flessibilità ci sono e l’Italia – spiegano dalla commissione – ne ha già usufruito. Annunciare che le regole non saranno rispettate può tuttavia essere un elemento di preoccupazione per la Ue e per i mercati. Parole che non frenano i 5 stelle. "Il reddito di cittadinanza si farà nella legge di bilancio e partirà nel 2019 con alcuni pezzi di risorse prese da strumenti esistenti ma improduttivi", assicura la viceministro all’Economia, Castelli. Par quasi superfluo notare che si profila una settimana intensa per Tria, che torna domani dalla Cina: in Italia dovrà trovare la quadratura del cerchio con le due anime delle maggioranza, sotto gli occhi vigili del Colle. E nel fine settimana aprirà il confronto con quell’Europa che – sottolinea il commissario Ue Moscovici – lo considera un interlocutore affidabile. L’eurogruppo e all’Ecofin informale di Vienna non saranno appuntamenti decisivi, però forniranno l’occasione di per testare gli umori dei partner. Dal ministero filtra un certo ottimismo – condiviso da Giorgetti – sulla possibilità di trovare un punto di mediazione non solo con la Lega, ma anche con i 5 stelle. Con i forzisti che premono perché venga anticipata la presentazione del Def (prevista per fine mese) per tenere a bada i mercati. "Il governo dica subito cosa vuole, non può alimentare l’incertezza perché è un costo che rischia di mandarci giù dal precipizio e poi non si torna più indietro", sottolinea Brunetta.