Mercoledì 17 Aprile 2024

L’economia europea rallenta, cosa rischia l’Italia. De Romanis: "Roma si impegni a ridurre il debito"

La docente della Luiss: “Possibili peggioramenti dalle tensioni geopolitiche. Il mercato è dinamico, ma produttività e lavoro femminile sono un problema"

Roma, 16 febbraio 2024 – L’Europa sta rallentando. C’è il rischio di una recessione?

"Nel 2024 – risponde l’economista Veronica De Romanis – nessun Paese europeo ha una previsione del Pil con il segno meno, come era successo nel 2023 per la Germania. Si stima un rallentamento nella prima fase dell’anno e un miglioramento dell’economia nella seconda parte e nel 2025. Ovviamente al netto delle tensioni geopolitiche. Se volessimo sintetizzare, l’economia vive un momento di incertezza e di attesa".

L’economista Veronica De Romanis insegna alla Luiss di Roma
L’economista Veronica De Romanis insegna alla Luiss di Roma

Teme soprattutto quello che sta avvenendo nel Mar Rosso?

"Per ora la situazione è sotto controllo, non ci sono effetti pesanti sui prezzi. Certo, se si dovesse creare un collo di bottiglia nella produzione, potrebbero esserci dei peggioramenti. Bisognerà vedere e aspettare".

Anche l’Italia è quasi in panne. C’è da preoccuparsi?

"La Commissione ha confermato le stime di Bankitalia e altri organismi internazionali, l’aumento del Pil dovrebbe assestarsi sullo 0,7%. Che, però, è più o meno la metà di quello che il governo ha previsto nella Nadef".

Quali saranno le conseguenze?

"Tutta l’impalcatura della finanza pubblica peggiorerà perché peggiora il Pil e quindi il denominatore del rapporto con debito e deficit. Quindi, sia il debito, che era previsto stabile, sia il deficit potrebbero aumentare proprio quando le regole europee del nuovo Patto di stabilità rientreranno in gioco".

Corriamo il rischio di una procedura di infrazione?

"Le regole vanno rispettate perché i mercati ci guardano. È un impegno decisivo per un Paese come il nostro che ha il secondo debito più alto dell’Eurozona, superato solo dalla Grecia".

Ridurlo sembra una missione impossibile.

"Non direi. Il Portogallo ci è riuscito, in quattro anni lo ha ridotto di circa 30 punti. C’è bisogno di una forte consapevolezza e volontà da parte della classe politica. Va ridotta e soprattutto riqualificata la spesa".

La spending review non è mai decollata in Italia. Perché?

"Abbiamo sempre delegato questo lavoro a commissari e tecnici mentre dovrebbe essere proprio della politica. Eppure abbiamo una spesa pubblica che ha raggiunto la cifra monstre di oltre mille miliardi, riqualificare è possibile. Basta guardare alle deduzioni e detrazioni fiscali erariali: nel 2016 avevamo ben 444 voci, sconti spesso regressivi. Nel 2022 sono diventate 626, nonostante le promesse dei governi. Oppure basta pensare al ritorno dell’esenzione fiscale per i redditi agricoli. Come mai risorse che non c’erano qualche mese fa, sono spuntate improvvisamente? Attenzione perché c’è sempre qualcuno che alla fine paga il conto, nulla è gratis".

C’è anche un problema di crescita.

"Abbiamo un mercato del lavoro molto dinamico, con 490mila posti di lavoro in più. I problemi, qui, sono due. Il primo è la produttività, che continua a essere molto bassa. Se guardiamo alla produttività totale dei fattori, l’indice che misura l’efficienza dei sistemi economici, in Italia siamo in un terreno negativo mentre Francia e Germania hanno un segno più. L’altro fattore è il tasso di occupazione femminile, il più basso d’Europa. Siamo al 55%, una donna su due non lavora. In Germania il rapporto è di oltre due a tre. Questo significa che c’è meno ricchezza da distribuire. Inoltre, dove le donne lavorano di più, aumenta il tasso di natalità. Invece, negli ultimi anni, ci sono stati solo i bonus. Che però sono serviti a ben poco, perché il tasso di natalità è diminuito. Il lavoro dà stabilità e così si può programmare un futuro".

Non è arrivato il momento di ridurre i tassi?

"La Bce ha fatto quello che bisognava fare per fermare l’inflazione che, non dimentichiamolo, è la tassa più iniqua perché colpisce di più i meno abbienti. È vero che stiamo andando verso una fase in cui l’inflazione è in calo, ma la discesa non è ancora tale da far cambiare la rotta di Francoforte. Bisognerà attendere la seconda parte dell’anno".

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