Ernesto Maria Ruffini, 51 anni, direttore dell’Agenzia delle Entrate (Ansa)
Ernesto Maria Ruffini, 51 anni, direttore dell’Agenzia delle Entrate (Ansa)
Quanto è urgente riformare il fisco? Ernesto Maria Ruffini, il "capo" della macchina tributaria italiana, un giovane avvocato-scrittore appassionato di pittura che ha speso parte della vita a difendere i cittadini proprio dal fisco e che oggi si ritrova per la seconda volta alla guida dell’Agenzia delle Entrate, è netto: "È urgente e condivisa una riforma del Fisco. Era un’esigenza già sentita, ancora prima che l’emergenza sanitaria portasse alla luce in modo dirompente alcune fragilità del nostro Paese. Il nostro sistema fiscale è davvero una giungla impossibile da comprendere per chiunque, fatta di 700-800 leggi che in 50 anni hanno avuto oltre 1.200 modifiche. Abbiamo una confusione legislativa che consente al cittadino di confondersi, alla Agenzia delle Entrate di commettere errori e all’evasore di non essere trovato. È arrivato il momento di metterci mano". Da dove cominciare?  "Il primo passo deve essere proprio la riorganizzazione delle troppe leggi tributarie esistenti. Sarebbe già un grande risultato avere testi organizzati per tipo di tributi e per procedure: dichiarazione, versamento, accertamento, contenzioso, riscossione, processo tributario. Raccolte simili metterebbero il Parlamento nelle condizioni di intervenire in modo razionale su tali testi, innovandoli con un'opera sistematica di semplificazione. Una volta fatto questo, si può passare a una vera riforma: l'ultima risale ormai a cinquant'anni fa".  Quali i cardini del riassetto?  "Serve una riforma che riguardi tutto: tassazione delle persone fisiche e delle partite IVA, imposte dirette, indirette, accertamento, riscossione...

Quanto è urgente riformare il fisco? Ernesto Maria Ruffini, il "capo" della macchina tributaria italiana, un giovane avvocato-scrittore appassionato di pittura che ha speso parte della vita a difendere i cittadini proprio dal fisco e che oggi si ritrova per la seconda volta alla guida dell’Agenzia delle Entrate, è netto: "È urgente e condivisa una riforma del Fisco. Era un’esigenza già sentita, ancora prima che l’emergenza sanitaria portasse alla luce in modo dirompente alcune fragilità del nostro Paese. Il nostro sistema fiscale è davvero una giungla impossibile da comprendere per chiunque, fatta di 700-800 leggi che in 50 anni hanno avuto oltre 1.200 modifiche. Abbiamo una confusione legislativa che consente al cittadino di confondersi, alla Agenzia delle Entrate di commettere errori e all’evasore di non essere trovato. È arrivato il momento di metterci mano".

Da dove cominciare? 

"Il primo passo deve essere proprio la riorganizzazione delle troppe leggi tributarie esistenti. Sarebbe già un grande risultato avere testi organizzati per tipo di tributi e per procedure: dichiarazione, versamento, accertamento, contenzioso, riscossione, processo tributario. Raccolte simili metterebbero il Parlamento nelle condizioni di intervenire in modo razionale su tali testi, innovandoli con un'opera sistematica di semplificazione. Una volta fatto questo, si può passare a una vera riforma: l'ultima risale ormai a cinquant'anni fa". 

Quali i cardini del riassetto? 

"Serve una riforma che riguardi tutto: tassazione delle persone fisiche e delle partite IVA, imposte dirette, indirette, accertamento, riscossione e contenzioso tributario. Ma la riforma del fisco non è solo una questione relativa al fatto di scegliere quale imposta aggredire o quale aliquota individuare. La riforma fiscale da fare è molto più ampia. Con l’obiettivo che il cittadino venga prima del contribuente: rispetto reciproco, stesso livello di garanzie, zero burocrazia". 

Quanto tempo ci vuole per realizzare questo "mondo fiscale dal volto umano"?

"Il fisco nel suo complesso non è la mera somma di numeri e norme. È un’infrastruttura, forse la più importante perché da questa dipendono tutte le altre. E un’opera pubblica che ha bisogno di un progetto di medio periodo, di costante manutenzione e di un investimento in risorse umane, tecniche e finanziarie. Per far crescere una quercia ci vogliono 100 anni, ma per una zucca bastano 2 mesi. Così, anche nella politica tributaria dovremmo piantare querce, dalla crescita lenta ma duratura, e non zucche, rapide ma effimere". 

Dobbiamo, però, fare i conti, anche fiscali, con il disastro economico prodotto dalla pandemia. 

"E un’ampia e condivisa riforma fiscale potrà concretamente aiutare la ripresa, diventarne anzi un volano formidabile. Dare certezze nelle norme e semplicità negli adempimenti libera tempo ed è un valore". 

Nell’immediato, proprio per fronteggiare l’emergenza, avete dovuto reinventarvi da Agenzia delle Entrate in Agenzia delle Uscite: come è andata?  

"Ad oggi abbiamo accreditato direttamente sui conti correnti dei beneficiari tutti i contributi previsti dal decreto rilancio, tutti i pagamenti automatici dei 4 diversi decreti ristori.  Nel frattempo, abbiamo anche aperto la procedura per consentire a chi non aveva chiesto il contributo del decreto rilancio, di inviare la propria richiesta per avere i contributi dei decreti ristori. I pagamenti di queste nuove istanze sono avvenute prima di Natale e poi li continueremo a pagare a mano a mano che riceveremo le richieste. In totale abbiamo eseguito oltre 3 milioni di bonifici a 2,4 milioni partite IVA per un importo totale di oltre 9 miliardi di euro". 

Con quali tempi? 

"Per i contributi del decreto rilancio, dalla presentazione della domanda all’erogazione del contributo, abbiamo impiegato un paio di settimane. I pagamenti automatici del primo decreto ristori, invece, sono stati fatti dopo 9 giorni dall’entrata in vigore della norma e 6 giorni prima rispetto alla data indicata dal governo per chiudere i pagamenti, il 15 novembre. Al 4 dicembre avevamo già pagato tutti i contributi automatici previsti dai diversi decreti ristori che si sono succeduti, compreso l’ultimo – il quater – che risale al primo dicembre". 

Come è stata possibile questa impresa? 

"Se siamo stati in grado di svolgere il nostro lavoro, lo dobbiamo anche alla Sogei e al costante dialogo con il Mef. In un periodo di drammatica crisi come quello che stiamo vivendo è stato necessario agire fuori dagli schemi e trovare nuove soluzioni per offrire risposte rapide per i cittadini che si sono trovati in difficoltà. L’infrastruttura tecnologica di cui disponiamo ci ha permesso di realizzare una procedura efficiente e facile da utilizzare, senza dover ricorrere a click day o a sottoporre i cittadini a interminabili code informatiche". 

Infrastruttura che è servita non solo per i ristori, ma per tutti o quasi i servizi fiscali trasferiti di corsa interamente sull’online, con proiezioni sui social. Insomma, una vera rivoluzione fondata su digitalizzazione spinta, smart working a tutti i livelli, passaggio al virtuale per interi processi che richiedevano la presenza fisica, fino alle video-chiamate con i contribuenti: che cosa rimarrà di questa transizione emergenziale?  

"Il 2020 è stato l’anno dell’accelerazione digitale. È indubbio, infatti, che la pandemia abbia contributo in maniera decisa a velocizzare questo processo, con un utilizzo più “intensivo” dei nuovi strumenti che la tecnologia rende oggi disponibili. Il passaggio successivo è trasformare una risposta emergenziale in investimento. Già oggi quell’enorme sforzo iniziale abbiamo cominciato a capitalizzarlo. Il concetto di “sportello fisico” ha già iniziato a evolversi in quello di “sportello virtuale” (nel 2019 c’erano stati oltre 10 milioni di ingressi negli uffici) e indietro non si torna più. Quando la pandemia sarà finalmente un ricordo, l’infrastruttura dei servizi agili che abbiamo messo a terra in questi mesi così particolari resterà e potrà essere sviluppata ulteriormente fino a diventare il principale canale di fruizione dei servizi fiscali, risolvendo una volta per tutte l’annoso problema delle code nel front office dei nostri uffici. In altre parole migliorando la vita dei cittadini". 

Ultimo, ma non ultimo, rimane sempre aperto, anche in piena pandemia, il fronte dell’evasione. 

"L’evasione fiscale rappresenta un patrimonio di risorse sottratte al progetto di Paese, alla collettività: in definitiva a quello che chiamiamo il bene comune. Si tratta di una montagna di quasi novanta miliardi che ogni anno potrebbe essere destinata al benessere collettivo e non nelle tasche di quei pochi che pensano solo al proprio tornaconto personale". 

Che fare e come per contrastarla? 

"Occorre continuare a semplificare e a favorire l'adempimento spontaneo e occorre continuare a investire nell’infrastruttura tecnologica, nei sistemi di acquisizione dei dati delle operazioni Iva (fatturazione elettronica e registratori di cassa telematici) e nello sviluppo dell’analisi dei dati e dei “big data“: rafforzando un patrimonio informativo che negli ultimi quattro anni ci ha consentito di ottenere i migliori risultati in termini di contrasto all’evasione fiscale". 

Quali? 

"Ci siamo attestati su un recupero medio annuo di quasi 20 miliardi di euro. Allo stesso tempo abbiamo registrato un incremento sensibile del livello di adesione spontanea dei contribuenti fino all’asticella di oltre 427 miliardi di euro nel 2019: 22 miliardi di euro in più rispetto al 2016. La soluzione, dunque, non è inseguire l’evasione, ma prevenirla con l’analisi dei dati, a partire da quelli di fatture e scontrini elettronici: il fisco deve essere il tutor e non l’autovelox. Un tutor che deve poter funzionare anche da remoto, senza bisogno di andare sul posto a cercare gli indizi dell’evasione già avvenuta. Sono questi i passi da compiere per realizzare quell'equazione – “pagare meno, pagare tutti” - che oggi trova tutti concordi". 

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