di Davide Gaeta

Il sistema agroalimentare italiano sembra reggere alla tempesta economica che si è abbattuta sull’economa italiana; ma occorre analizzare con attenzione quali sono le possibili minacce per il prossimo futuro. La crisi delle vendite registra infatti andamenti e dinamiche diverse, a seconda dei mercati e delle filiere in cui opera, contribuendo in modo articolato alla fragilità del sistema. Di fatto, laddove era già debole la struttura, l’impatto dell’emergenza sanitaria ed economica ha ulteriormente ridotto la scarsa profittabilità di molte gestioni, aumentato l’indebitamento rendendolo non più rimborsabile e spesso costringendo alla chiusura dell’esercizio commerciale. Il sistema distributivo alimentare italiano ne è un esempio. La sua natura bipolare, superfici grandi e strutture organizzate a fronte di negozi di quartiere spesso di piccola attività, è nota a chiunque sia abituato a fare la spesa.

In Italia gli esercizi commerciali operanti in sede fissa superano le 180.000 unità; di questi, un terzo sono minimarket, mentre i rimanenti sono divisi tra macellerie, pescherie, negozi di frutta e verdura e panifici. A queste strutture si oppone la grande distribuzione organizzata e gli ipermercati, numericamente circa 20.000 unità, in crescita, anche se di poco, specie per il discount e per lo più a danno degli esercizi di prossimità. Strutture molto diffuse soprattutto al Nord, sulla base di un modello simile alle aree europee più sviluppate, mentre la rete distributiva dei negozi di quartiere predomina ancora al Sud. Un pianeta a sé, non trascurabile, sono gli esercizi ambulanti e le forme di vendita ‘no store’, per cibi e bevande, di cui il fenomeno del commercio via internet rappresenta una variabile nuova e di progressivo interesse, specie dopo che il consumatore l’ha scoperta e valorizzata durante il periodo di quarantena.

Davide.gaeta@univr.it