di Achille Perego Le banche italiane hanno retto nel 2020 all’urto del Covid. E con risultati complessivamente superiori alle attese (seppure diversi da istituto a istituto) guardano al risiko aperto l’anno scorso dall’Opas di Intesa Sanpaolo su Ubi e che, sotto l’effetto dell’annuncio di Mario Draghi premier incaricato, ha vissuto giorni di euforia in Borsa. Ieri, dopo i conti presentati nei giorni scorsi da Intesa, Bper e Credem, e in attesa domani di quelli di Unicredit (per cui il mercato stima una perdita di 2,3 miliardi), in una giornata di pausa in Piazza Affari, sono stati approvati i risultati Banco Bpm, Creval, Mps e Mediobanca. Uno dei dossier...

di Achille Perego

Le banche italiane hanno retto nel 2020 all’urto del Covid. E con risultati complessivamente superiori alle attese (seppure diversi da istituto a istituto) guardano al risiko aperto l’anno scorso dall’Opas di Intesa Sanpaolo su Ubi e che, sotto l’effetto dell’annuncio di Mario Draghi premier incaricato, ha vissuto giorni di euforia in Borsa.

Ieri, dopo i conti presentati nei giorni scorsi da Intesa, Bper e Credem, e in attesa domani di quelli di Unicredit (per cui il mercato stima una perdita di 2,3 miliardi), in una giornata di pausa in Piazza Affari, sono stati approvati i risultati Banco Bpm, Creval, Mps e Mediobanca.

Uno dei dossier che finirà sul tavolo di Draghi sarà la privatizzazione di Mps, per cui rimane debole la pista dei fondi americani e resta aperta l’ipotesi Unicredit, per cui bisognerà attendere le mosse del nuovo ceo Andrea Orcel.

Ieri il cda di Mps ha approvato i risultati 2020 che saranno comunicati oggi e per i quali il consensus stima una perdita di 1,5 miliardi nell’anno del Covid. I cui effetti si sono fatti sentire su Banco Bpm, per cui in Borsa continuano a scommettere sulle nozze con Bper. Il gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha chiuso il 2020 con un utile netto di 21 milioni, in calo rispetto ai 797 del 2019. Il risultato normalizzato – al netto dei costi relativi agli esodi, alla chiusura di 300 filiali e ad altre componenti non ricorrenti – è stato di 330 milioni. Tra le voci che hanno pesato figurano 1,34 miliardi di rettifiche su crediti.

Il cda ha proposto la distribuzione di una cedola di 6 cent ad azione. Nonostante il difficile quadro macroeconomico, spiega una nota, "lo sforzo commerciale e organizzativo del gruppo ha consentito di registrare una forte ripresa del risultato operativo (circa un miliardo con un +43,5% nella seconda metà 2020)" che ha permesso cessioni di crediti deteriorati per 1,3 miliardi.

Sul fronte risiko, Castagna ha spiegato in call come "siamo stati abbastanza aperti e chiari sulla possibilità di raggiungere qualche accordo, fino ad ora siamo ancora allo stato dei compiti a casa preliminari allo scopo di capire quale è l’opzione migliore e più fattibile". Dalla Valtellina sono invece arrivati i risultati del Creval che ha registrato nel 2020 un utile netto di 113,2 milioni, più che raddoppiato, e proporrà il ritorno al dividendo: 23 cent per azione. L’ad Luigi Lovaglio guarda "con fiducia alle future prospettive di crescita" mentre in merito all’Opa lanciata a novembre dal Credit Agricole a 10,5 euro per azione (al di sotto dei 12 attuali della quotazione, col mercato che scommette su un rilancio o una contromossa) e per cui si attende a marzo il Documento di offerta, ha ribadito che il cda si riserva di "effettuare ogni valutazione".

Ieri, infine (ma non ultima per importanza) è stata anche la giornata di Mediobanca. L’istituto guidato da Alberto Nagel ha chiuso il primo semestre (il suo esercizio termina il 30 giugno) con un utile netto triplicato di 411 milioni, 1,3 miliardi di ricavi su base annua (+10% il semestre) e una forte solidità patrimoniale (Cet1 al 16,2%). Mediobanca conferma la distribuzione di dividendi pari al 70% dell’utile. Nagel non ha escluso possibili M&A ma "non dobbiamo crescere con acquisizioni per forza e ad ogni costo" mentre ha sottolineato "l’allineamento" nelle strategie con Leonardo Del Vecchio.