Sabato 22 Giugno 2024

Una piattaforma per le donne che vogliono mettersi in gioco

WAB, ovvero Women at business, ovvero donne in affari: è tutta al femminile la storia di questa piattaforma sul modello...

Una piattaforma per le donne che vogliono mettersi in gioco

Una piattaforma per le donne che vogliono mettersi in gioco

WAB, ovvero Women at business, ovvero donne in affari: è tutta al femminile la storia di questa piattaforma sul modello tinder che non si rivolge ai cuori solitari ma a tutte le donne – e sono tantissime – che vogliono mettersi o rimettersi in gioco. Come le manager milanesi che le hanno dato vita. "Era il settembre del 2019 – racconta Claudia Basili (l’altra è Ilaria Cecchini, e più tardi si è aggiunta Giulia Bertoli) – Ero appena tornata da Londra, dove sono rimasta 15 anni, figli a scuola, marito al lavoro. Mi sono chiesta: e io? E mi sono accorta che alla soglia dei 50 anni in Italia nessuno mi avrebbe dato un posto". Basili non viene dal nulla: fino al 2005 dirigeva le comunicazioni di una multinazionale della telefonia, poi ha seguito il coniuge interrompendo una brillante carriera; un percorso simile a quello della sua amica e socia Cecchini, anche lei con un percorso manageriale accantonato dopo l’arrivo di tre figli. "Abbiamo pensato che dovevamo fare da sole – prosegue Claudia – e le condizioni c’erano. Ogni anno, dati 2019 dell’Ispettorato del lavoro, 40mila donne si dimettono per ragioni familiari. Quindi eravamo in tante ad avere lo stesso problema".

Wab nasce così, nel 2020 alla vigilia della ‘gelata’ pandemica, come una piattaforma digitale basata su un algoritmo che favorisce il matching delle competenze professionali: è diretta alle donne che hanno già accumulato esperienze di lavoro, che ne vogliono fare altre o cambiare settore. Ma le sue caratteristiche cercano di fornire le maggiori garanzie possibili al target a cui si rivolgono. Le interessate vi accedono gratuitamente e oggi sono circa 12mila. Forniscono una serie di elementi come la conoscenza delle lingue, i lavori svolti e quanto altro possa essere utile a collocarle. Ma solo quelli: favorendo la privacy contro le discriminazioni, la piattaforma non riporta dati come l’età, la presenza di figli, o lo stato di care-giver e nemmeno l’identità di chi cerca lavoro. L’algoritmo lavora sui profili tracciati e fornisce in percentuale la loro compatibilità con le richieste delle aziende che si iscrivono alla piattaforma in cambio di un abbonamento annuale (si parte da 1.200 euro per le più piccole, sotto i 9 dipendenti). E’ la candidata ad accettare o meno le possibilità offerte dalla selezione e – dopo l’ok – entra in contatto diretto con il possibile datore di lavoro.

Lo schema è arricchito da varie opzioni: le aziende possono completare le certificazioni di parità di genere che le qualificheranno sul mercato, le iscritte a Wab accedere a corsi gratuiti di formazione, offerti dalla una apposita app (si chiama Women Plus). In questo settore la piattaforma può contare su partner come Tim e Ibm, ma è aperta a chiunque offra anche una sola posizione alle sue interlocutrici. Chi sono le donne che si iscrivono? Per il 70% sono laureate, hanno dai 25 ai 40 anni ma anche di più, vengono soprattutto dal Nord e dal Nord Est ma molte adesioni arrivano da Roma e dalla Sicilia: "La ricerca di lavoro parte da una base provinciale – spiega Laura Basili – ma lo smart work sta sgretolando i confini geografici dell’occupazione".

Le competenze maggiormente richieste sono digitali, ma ne servono anche per i settori commerciale e di analisi dei dati. Una buona fetta di richieste di nuova occupazione viene da donne che il lavoro lo hanno già: "Sono stufe della diseguaglianza salariale – conclude la cofondatrice di Wab – una condizione diffusa legata al nostro stare sempre un passo indietro. E che non cambierà se non saremo noi a muoverci".