GLI IRRIGIDIMENTI politici e le resistenze sindacali a difesa di quota 100 dimostrano, ancora una volta, quanto la questione generazionale in Italia sia sottovalutata. Da decenni, purtroppo, spendiamo in deficit per pensioni date a persone troppo giovani e riduciamo invece gli investimenti in istruzione e lavoro per le nuove generazioni. In pratica, privilegiamo gli anziani, penalizzando i giovani. Il governo di Draghi sta provando a metterci una pezza, archiviando l’infausta quota 100 e contestualmente introducendo forme di uscita flessibile per evitare lo scalone da 62 a 67 anni: quota 102, proroga dell’Ape Sociale ed estensione di platea e durata di Opzione Donna, che diventerebbe Opzione Tutti. Obiettivo evidente è rendere più sostenibile il sistema previdenziale, soprattutto con un occhio al futuro e alla questione demografica, per cui non si...

GLI IRRIGIDIMENTI politici e le resistenze sindacali a difesa di quota 100 dimostrano, ancora una volta, quanto la questione generazionale in Italia sia sottovalutata. Da decenni, purtroppo, spendiamo in deficit per pensioni date a persone troppo giovani e riduciamo invece gli investimenti in istruzione e lavoro per le nuove generazioni. In pratica, privilegiamo gli anziani, penalizzando i giovani. Il governo di Draghi sta provando a metterci una pezza, archiviando l’infausta quota 100 e contestualmente introducendo forme di uscita flessibile per evitare lo scalone da 62 a 67 anni: quota 102, proroga dell’Ape Sociale ed estensione di platea e durata di Opzione Donna, che diventerebbe Opzione Tutti.

Obiettivo evidente è rendere più sostenibile il sistema previdenziale, soprattutto con un occhio al futuro e alla questione demografica, per cui non si capiscono certe prese di posizione che intendono perseverare nell’errore. Ed è allucinante che, anche e soprattutto per queste resistenze politiche e sindacali, la legge di Bilancio in cui sono inserite le modifiche è in ritardo sulla tabella di marcia. D’altra parte, analizzando nel dettaglio quota 100 non c’è che da esprimere una sonora bocciatura. Ne ha usufruito solo il 22% della platea potenziale, segno che non ha interpretato i bisogni del Paese. Non ha aiutato le fasce più basse di lavoratori o chi faceva lavori usuranti, ma prevalentemente uomini del settore pubblico e con un reddito medio. Infine, si è rivelata una presa in giro il ricambio generazionale promesso, perché il tasso di sostituzione non è stato di tre nuovi lavoratori ogni nuovo pensionato, ma nemmeno mezzo posto nuovo (0,40) ogni tre lasciati liberi. Il tutto, per un costo mostruoso (18,8 miliardi fino al 2030), con risorse enormi che potevano essere messe altrove, per esempio sulla scuola o sulla sanità. Per cui, rivendicare il successo di quella misura e difenderla ad oltranza difetta quantomeno di onestà intellettuale, ma soprattutto, ignora un problema assai più profondo. L’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo, con cinque over 65 ogni bambino, tre lavoratori per pensionato e una situazione che andrà progressivamente a peggiorare. Siamo vecchi e lo saremo sempre di più, visto che abbiamo il tasso di fecondità più basso d’Europa (1,3 figli per donna) e in cui la forbice tra le nascite al record storico negativo (nel 2020 poco più di 400 mila) e i decessi (quasi 750 mila, di cui 112 mila per Covid) è sempre più larga.

È come se ogni anno perdessimo una città del calibro di Bologna o Firenze. In tutto questo, non facciamo nulla per aiutare le nuove generazioni, che fuggono in massa (circa 131 mila giovani ogni anno). D’altra parte, come dargli torto: la disoccupazione giovanile è appena sotto il 30%, in Germania al 7%, nella Ue al 17%. La retribuzione annua di chi ha tra i 20 e i 24 anni meno della metà della media nazionale. Le prospettive dei giovani sono magre, per non dire disperate, tanto che il 60% dei giovani che lavora ha uno stipendio inferiore al reddito di cittadinanza. Ed è allucinante che, in questa situazione, deteniamo il più alto livello di spesa previdenziale d’Europa ma abbiamo quello più basso di tutti i Paesi industrializzati per quanto riguarda l’istruzione, specie universitaria. Non a caso solo il 28% di chi ha tra i 25 e i 34 anni (dato OCSE) è in possesso di una laurea, a fronte della media del 44%. E gli adulti che hanno la terza media sono il 37,8%, il doppio della media europea. Con questi bassi tassi di formazione e apprendimento, anche il mondo del lavoro si depaupera. Il punto è che togliendo risorse alle future generazioni stiamo anche distruggendo la possibilità di pagare le pensioni nei prossimi anni. E contemporaneamente, devastiamo anche il presente del Paese. L’Italia, come abbiamo visto, ha bisogno di persone che trovino buoni e redditizi lavori, non di altri pensionati. Di fronte all’invecchiamento demografico, a percorsi professionali meno omogenei del passato e a giovani che oggi pagano di più per avere pensioni peggiori dei loro padri, è evidente che la nostra previdenza va cambiata. Anche perché, come ha detto nella mia War Room Carmelo Palma, editorialista de Linkiesta, "il sistema pensionistico negli anni ha istituito una forma di vero e proprio razzismo generazionale".

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