Previsioni sul lavoro: il nodo della previdenza italiana
Previsioni sul lavoro: il nodo della previdenza italiana
IL MERCATO del lavoro professionale è oggetto di tanti cambiamenti e transizioni, che non possono essere ignorati nel monitorare l’andamento di un sistema previdenziale: basti pensare all’apertura dei mercati con una forte competizione delle grandi firm internazionali, all’introduzione di nuovi modelli organizzativi come società e reti, alla digitalizzazione con il suo effetto destruens nei confronti di alcune attività tradizionali e seriali, ai continui cambiamenti normativi, ai maggiori oneri per lo start up, all’importanza della formazione continua e al più elevato rischio di obsolescenza delle competenze. Un mercato del lavoro magmatico in continua evoluzione, che riguarda tutte le professioni e che è difficile stimare e prevedere a 30 o 50 anni. Gli economisti del lavoro ci ricordano che è difficile fare previsioni...

IL MERCATO del lavoro professionale è oggetto di tanti cambiamenti e transizioni, che non possono essere ignorati nel monitorare l’andamento di un sistema previdenziale: basti pensare all’apertura dei mercati con una forte competizione delle grandi firm internazionali, all’introduzione di nuovi modelli organizzativi come società e reti, alla digitalizzazione con il suo effetto destruens nei confronti di alcune attività tradizionali e seriali, ai continui cambiamenti normativi, ai maggiori oneri per lo start up, all’importanza della formazione continua e al più elevato rischio di obsolescenza delle competenze. Un mercato del lavoro magmatico in continua evoluzione, che riguarda tutte le professioni e che è difficile stimare e prevedere a 30 o 50 anni. Gli economisti del lavoro ci ricordano che è difficile fare previsioni oltre i cinque anni, i previdenzialisti ritengono si possano fare a 50 anni. Sta qui probabilmente uno dei problemi del lavoro e della previdenza italiana.

Di tutto questo non si tiene conto, nonostante 10 anni di rapporti dell’Adepp sul mercato del lavoro, che mettono in evidenza sempre meglio questi fenomeni. Per questo la normativa di riferimento andrebbe aggiornata, non nel senso della soppressione delle casse come qualcuno ha immaginato, ma per favorire la loro valorizzazione come corpi intermedi, che si occupano del welfare a tutto tondo, secondo una logica di efficiente ed efficace sussidiarietà orizzontale. I compiti di assicurazione di prestazioni previdenziali ex art. 38 della Costituzione devono oggi essere assicurati, comprendendo i trend del mercato del lavoro e non considerandolo un elemento dato. Il “White paper on pension” della Commissione europea del 2012 ci ricorda da anni che sostenibilità e adeguatezza dei sistemi previdenziali dipendono dal lavoro e dall’occupabilità di un soggetto, la quale dipende dalla formazione e innovazione continua. Formazione e innovazione che vanno sostenute e che non possono essere affidate al singolo professionista in a rapidly changing world.

In questo senso il "work more, work longer" della Commissione non va tradotto in termini di età pensionabile, ma di anni di buon lavoro e di continua e buona contribuzione. Ciò sta accadendo solo in parte con un’età media degli iscritti in continua crescita, grazie a fenomeni di active ageing più evidenti nel mondo delle professioni. Nel frattempo sempre meno iscritti giovani. I quali comunque sono pronti a cambiare lavoro e a scegliere quello più conveniente in termini non solo economici, ma anche di equilibrio vitalavoro e soddisfazione individuale.

Le casse hanno dimostrato come riescano a fornire prestazioni in termini di welfare importanti, da ultimo anche su delega dello Stato con il RUI e l’esonero dei contributi per i professionisti fragili. Una funzione in linea con un’idea di welfare previdenziale, multi pilastro. Funzione che non può essere svolta dall’Inps, ma dalle casse sì. Questa funzione, importante per assicurare continuità di iscrizione e di redditi, non è stata agevolata dallo Stato ma al contrario ostacolata, sia limitando l’autonomia regolamentare sia con una doppia tassazione sui rendimenti dei contributi che non ha uguali in Europa. Persino i risparmi di una imposta spending review, confluivano allo Stato e non agli iscritti. Difficoltà e limiti anche per utilizzare in favore delle platee gli extra rendimenti.

Una privatizzazione soffocata sul nascere a causa di una congerie di norme e prassi, inutili, che hanno impedito lo sviluppo pieno di un’esperienza di sussidiarietà orizzontale, più adeguata per assicurare quei diritti richiamati dall’art. 38 nei confronti del mondo del lavoro autonomo, che non ha mai potuto godere delle tutele del lavoratore subordinato. Le casse lo fanno e lo potrebbero fare meglio, attraverso una vigilanza attenta ai grandi temi e non alle formalità e un indirizzo politico adeguato ai tempi e più efficace. Impensabile governare la previdenza privata con lo strumentario del 1994-1995, in un mondo del lavoro in continua evoluzione. Ancor più assurdo vigilare questo settore con le sole lenti degli attuari e senza capire nulla di mercato del lavoro.

* Presidente Forma.Temp