UNA RIVOLUZIONE silenziosa: è quella che sta attraversando il mercato del lavoro europeo, E un frutto del dopo-Covid, o meglio della transpandemia, visto che le sue varianti allarmano ancora il mondo economico. A confermare le profonde trasformazioni in atto arriva un’indagine di Littler, studio internazionale di diritto del lavoro con sede a Londra, 75 anni di vita e 1.500 professionisti sparsi in 25 Paesi del mondo. Il colosso del giuslavorismo ha interrogato 530 dirigenti della risorse umane in tutta Europa. I risultati dell’European Employer Survey sono destinati a sfatare molti luoghi comuni e a tracciare nuove strade: il ritorno del lavoro in presenza, mitigato da forme ibride e da orari flessibili, una maggiore attenzione alla soddisfazione del dipendente, ricerca di soluzioni equilibrate per...

UNA RIVOLUZIONE silenziosa: è quella che sta attraversando il mercato del lavoro europeo, E un frutto del dopo-Covid, o meglio della transpandemia, visto che le sue varianti allarmano ancora il mondo economico. A confermare le profonde trasformazioni in atto arriva un’indagine di Littler, studio internazionale di diritto del lavoro con sede a Londra, 75 anni di vita e 1.500 professionisti sparsi in 25 Paesi del mondo. Il colosso del giuslavorismo ha interrogato 530 dirigenti della risorse umane in tutta Europa. I risultati dell’European Employer Survey sono destinati a sfatare molti luoghi comuni e a tracciare nuove strade: il ritorno del lavoro in presenza, mitigato da forme ibride e da orari flessibili, una maggiore attenzione alla soddisfazione del dipendente, ricerca di soluzioni equilibrate per valutare la produttività sono le principali prospettive emerse dalle risposte dei dirigenti aziendali. Vediamone alcune.

A fine settembre, nonostante i focolai della variante Delta, il 52% degli intervistati stava predisponendo il rientro in ufficio dei dipendenti mentre il 36% si dichiarava in ritardo e il 18% prevedeva di rinviarlo almeno al 2022. L’ottimismo dei dirigenti è legato alla percentuale del 70% di vaccinati in Europa. E più forte in Italia e Francia, dove cresce (65% e 62%) la spinta al ritorno al modello tradizionale. "Tuttavia – fanno notare Carlo Majer e Edgardo Ratti (nella foto in alto), managing partner di Littler in Italia – anche nel nostro Paese notiamo una grandissima attenzione nel muoversi in uno scenario che questa pandemia continua a rendere mutevole".

Intanto, il ritorno al lavoro in presenza risulta problematico per ampie fasce di impiegati. E i dirigenti si rendono conto di questo divario: solo il 28% di loro pensa che il modello offerto dalla sua azienda in in linea con le preferenze degli impiegati che potevano lavorare in smart working. Il 52% dei datori di lavoro ritiene che la maggioranza dei dipendenti preferisca percentuali maggiori di lavoro ibrido rispetto a quelle offerte, una tendenza che si rafforza nel Regno Unito, in Germania e Spagna. Vista con gli occhi del dirigente, la preferenza verso il lavoro a distanza va assecondata soprattutto per aumentare la soddisfazione dei dipendenti in ufficio o in fabbrica e nella vita privata (54%); al secondo e al terzo posto restano la produttività e i costi degli uffici fisici. "Nell’ultimo anno, i datori di lavoro hanno iniziato a considerare i modelli di lavoro ibridi sempre meno come un’opportunità per migliorare l’efficienza o tagliare i costi e sempre più, invece, come un modo per attrarre nuovi dipendenti e mantenerela soddisfazione di quelli attuali – continuano Majer e Ratti – Tuttavia, sarà cruciale arrivare a trovare il giusto equilibrio tra il benessere dei dipendenti e le numerose sfide legate ad aspetti logistici, legali e culturali che questi nuovi modelli possono presentare".

La ricerca si occupa dell’impatto psicologico della pandemia sul mondo del lavoro. Il 73% degli intervistati nutre preoccupazioni sul benessere psicologico dei dipendenti: anche qui la risposta consiste principalmente nella flessibilità degli orari. D’altra parte i manager aziendali sanno di dover fare i conti col fattore inclusione del lavoro a distanza e con la produttività. A questo proposito, il survey sui datori di lavoro europei riporta che il 60% utilizza o è pronto a utilizzare software che traccino la produttività dei dipendenti da remoto, pur esprimendo esitazioni per la ricaduta di questi sistemi sulla fiducia in azienda. In uno scenario transitorio e ancora denso di incognite, una luce si accende dal fronte dell’occupazione post Covid. Il 60% degli intervistati dichiara di non aver ridotto il personale; del 40% che invece dice di averlo fatto, il 18% esclude di dover tornare a tagliare la forza lavoro. Per i ricercatori di Littler le politiche europee di sostegno, pur non potendo evitare lo tsunami da pandemia, lo hanno contenuto salvando milioni di posti di lavoro. Su quanto dureranno gli aiuti e su ciò che accadrà poi, dicono, la partita è tutta da giocare.