Presidio La Perla davanti alla Regione Emilia Romagna
Presidio La Perla davanti alla Regione Emilia Romagna

Roma, 24 luglio 2019 - La lunga e grande crisi del decennio ha lasciato un mercato del lavoro nel quale si è perduto circa un miliardo di ore lavorate e ancora oggi, nonostante la ripresa degli ultimi anni, mancano all’appello oltre 550 milioni di ore rispetto al 2007. Si sono impennati di circa il 50% i rapporti a tempo parziale ed è esploso, in particolare, il fenomeno del ‘part-time involontario’, ovvero del taglio dell’orario (e della retribuzione) obbligato per evitare il licenziamento o la cassa integrazione. Con conseguenze che hanno colpito, anche per cause legate all’inadeguatezza dei servizi di welfare familiare, principalmente le donne: tanto che, secondo i dati dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro, oltre il 50% delle assunzioni di lavoratrici in Italia è a orario ridotto. 

Dunque, a dispetto delle letture entusiastiche delle statistiche Istat effettuate dal governo e, in particolare, dal ministro Luigi Di Maio, i numeri reali del lavoro mostrano le difficoltà della locomotiva-Italia. E non si tratta solo del mancato conteggio tra i disoccupati dei cassintegrati a zero ore, ben 139mila lavoratori nei primi sei mesi 2019, con un incremento di oltre il 16% sullo stesso periodo 2018, dopo che per un decennio si era avuto un costante calo. 
 
A incidere in maniera grave sulla quantità e sulla qualità del lavoro è anche il crollo delle ore lavorate (nel loro insieme e pro-capite). Si passa dagli oltre 11 miliardi e 550 milioni di ore del 2007 al punto più basso del 2013, quando si scende a 10 miliardi e 440 milioni, per risalire nel periodo successivo. Salvo che, ancora oggi, siamo sotto di oltre 550 milioni di ore rispetto a 12 anni fa (-4,8%). Non è un caso che i lavoratori part-time siano cresciuti da 2 milioni 469mila nel 2007 a 3 milioni 204mila nel 2013, l’anno del tracollo del mercato, ai 3 milioni 614mila di oggi. In sostanza, dal 2007 al 2019, i dipendenti a orario ridotto sono aumentati di oltre 1,14 milioni di unità: più 46%. La quota, sul totale degli occupati, è salita dal 16,9 al 20,4%.
 
Meno ore lavorate vuol dire che si è ampliata l’area della sotto-occupazione, con effetti negativi sulle buste paga. «Si tratta – osserva l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano – di un orario prevalentemente imposto a seguito dei processi di riorganizzazione o al fine di evitare i licenziamenti. Una parte dei bassi salari è da ricondurre agli orari di lavoro ridotti. Assistiamo, quindi, al boom del part-time involontario. In 10 anni, il numero di lavoratori che hanno dovuto accettare un impiego a orario ridotto è più che raddoppiato». 
 
A pagare il conto più salato, soprattutto le donne. Anche a causa dell’inadeguatezza dei servizi di assistenza per figli e per la cura a persone non autosufficienti, secondo un’indagine dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro («Donne al lavoro: o inattive o part-time»), oltre il 50% delle assunzioni di lavoratrici donne in Italia è a tempo parziale. E le conseguenze si vedono direttamente dalla prima busta paga. Su 2,8 milioni di donne assunte nel 2017 (rispetto a 3,2 milioni di uomini), il 36% ha ricevuto uno stipendio mensile inferiore a 780 euro. Senza contare i riflessi sul futuro pensionistico: queste condizioni non consentono di alimentare in modo continuo le posizioni previdenziali per accedere alla pensione.