Un'operaia specializzata al lavoro (Imagoeconomica)
Un'operaia specializzata al lavoro (Imagoeconomica)

Roma, 14 settembre 2019 - Incentivi e premi, da un lato. Penalizzazioni, dall’altro. È con queste due leve che il governo e la nuova maggioranza agiranno per contrastare il divario retributivo tra uomini e donne nelle attività lavorative. L’obiettivo del recupero del dislivello salariale di genere è contenuto esplicitamente nel programma dell’esecutivo giallo-rosso: lo hanno rilanciato lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo. Ma la base dell’iniziativa sarà costituita da una proposta di legge del Pd, ormai pronta e definita, sottoscritta da tutto il gruppo del Senato e che ha come prima firmataria Anna Maria Parente, da anni impegnata proprio sul fronte delle disparità nel mercato del lavoro. «La parità retributiva – avvisa la senatrice – deve essere la priorità del neo governo. È una questione di giustizia, economica, di cambiamenti aziendali e di superamento delle discriminazioni indirette. Stimoleremo anche la contrattazione collettiva a rivedere le scale retributive e di valutazione del lavoro».

Secondo i dati Eurostat, infatti, se le donne guadagnano il 4,1 per cento in meno nel settore pubblico, nelle aziende private arrivano al 20,7 per cento in meno rispetto ai colleghi uomini: questo significa che devono lavorare circa 66 giorni in più, oltre due mesi, per arrivare a guadagnare quanto gli uomini. Senza contare che il divario occupazionale, di carriera e retributivo diventa più elevato per le madri: «Il divario retributivo – sempre secondo Eurostat – nella fascia di età 20-49 anni tra gli uomini e le donne con almeno un figlio è di 30 punti». Sul terreno del recupero dello squilibrio, del resto, si sono mossi in questi anni sia la Commissione sia il Parlamento europei: dall’istituzione della Giornata per la parità retributiva European equal pay day all’approvazione di risoluzioni e raccomandazioni agli Stati membri per interventi in materia. Benché per molti è ormai assodato che con Gpg s’intenda la differenza tra il salario medio di uomini e donne, ci sono ancora persone, anche addetti ai lavori, per cui il concetto non ha un significato preciso.

Da qui anche la proposta del Pd e l’iniziativa del governo. Tre, nello specifico, saranno i capisaldi dell’intervento volto «a garantire la effettiva e completa parità di retribuzione tra donne e uomini per uno stesso lavoro». In primo luogo si prevede, per i datori di lavoro, un rafforzamento degli obblighi di informazione in materia di parità per quel che riguarda la trasparenza e l’accesso ai dati complessivi delle retribuzioni corrisposte ai dipendenti, nella direzione di una più puntuale indicazione dei dati relativi alle componenti variabili del salario, ai bonus di produttività e ai premi, voci nelle quali verosimilmente si annidano le differenze di stipendio.

I datori di lavoro che, attraverso il rapporto sulla trasparenza, dimostreranno di garantire la parità otterranno dalla Camera di commercio una certificazione della parità retributiva con l’attribuzione di un contrassegno di parità che consente l’accesso ad agevolazioni fiscali (sotto forma di credito d’imposta) e premiali. Al contrario, il mancato rispetto degli obblighi di trasparenza comporta una sanzione di 3mila euro per ogni caso. Ma il mancato raggiungimento della parità retributiva comporta la sospensione per un anno dei benefici contributivi eventualmente goduti dall’azienda, l’esclusione dagli appalti pubblici e la risoluzione di contratti con le pubbliche amministrazioni.