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8 giu 2022

Lavoro giovani, decreto Poletti: bilancio fallimentare. Ecco perché

Uno studio rivela che la flessibilità si è tradotta in precarietà cronica solo in parte corretta dal Jobs Act

8 giu 2022
michele zaccardi
Economia
Un giovane alla ricerca di lavoro
Un giovane alla ricerca di lavoro
Un giovane alla ricerca di lavoro
Un giovane alla ricerca di lavoro

Il problema ormai è arcinoto: l’Italia non è un Paese per giovani. Il lavoro è poco, i contratti precari e chi può scappa all’estero. Nel 2021, infatti, la disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni si è attestata al 29,8%, la quarta più alta in Europa. Questo mentre nel 2020 i Neet - ovvero giovani tra i 15 e i 34 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione - superavano i 2 milioni, il 25,1% della popolazione in quel range d’età. Ma la situazione è piuttosto preoccupante anche per chi un lavoro ce l’ha. Le condizioni che vengono offerte, infatti, sono tutt’altro che irresistibili. "I giovani iniziano spesso la loro carriera con un contratto a tempo determinato che in moltissimi casi si rivela una trappola che li costringe a lunghi periodi di incertezza lavorativa, con ripercussioni importanti sulle decisioni di consumo e fertilità", si legge in uno studio pubblicato su LaVoce.info. Studio che analizza, in particolare, la flessibilizzazione dei contratti a termine introdotta con il decreto Poletti del 2014. Il bilancio del provvedimento, a otto anni di distanza, è piuttosto negativo. Bilancio negativo "L’aumento della flessibilità dei contratti a tempo determinato - scrivono gli autori dell’indagine - ha rallentato il processo di stabilizzazione dei nuovi entrati nel mercato del lavoro, con effetti negativi sulla loro progressione di carriera e i loro salari nel medio periodo". Al fine di incentivare il ricorso da parte delle imprese a rapporti di lavoro meno onerosi dal punto di vista delle garanzie e delle tutele, infatti, il decreto ha allentato i vincoli sui contratti a termine. Prima di tutto, è stato tolto l’obbligo di una causale. E poi è stato esteso il numero di proroghe, da 1 a 5, all’interno della durata massima di 36 mesi. Lo studio distingue i lavoratori ...

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