Forse è ora di cominciare a preoccuparsi un po’. A novembre c’è stato un forte arretramento delle esportazioni e il risultato è stato il peggiore dal 2011. La crescita complessiva viaggia sul filo dello zero. Dalla congiuntura internazionale non verrà alcun aiuto extra perché anch’essa è fiacca. E tutte le previsioni relative all’Italia vedono una lunga stagione di aumento del Pil sotto l’1 per cento. Per i nostri vari problemi interni (bilancio pubblico, disoccupazione, ecc.) avremmo bisogno di una crescita almeno del 2-3 per cento. Ma, alla luce di quanto oggi è disponibile, questi sono solo sogni. La sensazione è che il peso delle cose non fatte, delle riforme annunciate e mai realizzate, cominci a farsi sentire davvero. L’Italia, che dopo la guerra in pochi anni da paese agricolo e semi-distrutto seppe diventare la sesta potenza economica del mondo, sembra essersi fermata, accartocciata su se stessa. Capire come questo sia successo non è difficile. Bastano pochissimi dati. Se prendiamo le statistiche mondiali, siamo all’80esimo posto per libertà economica e al 51esimo per libertà di fare impresa. E questo mentre siamo entrati in una fase della storia in cui tutto evolve e cambia con grande velocità. Qualche anno fa la Nokia, ad esempio, era la regina dei telefonini, oggi non ne parla più nessuno: è stata letteralmente distrutta dalla Apple, che ha saputo rinnovare e dare nuova vita ai cellulari. Nell’economia moderna, cioè, la velocità di cambiamento (il poterlo fare) diventa essenziale, la carta vincente.

Il microchip, che ha cambiato le nostre vite, è stato inventato da Federico Faggin, di Isola Vicentina, ma ormai naturalizzato cittadino americano. In America Faggin si è mosso in modo molto semplice: è andato alla Intel, dove stavano cercando di mettere a punto il microchip, e ha detto: datemi una stanza e una scrivania e ve lo faccio io. Libertà assoluta. Vale, insomma, la vecchia battuta: se Steve Job o Bill Gates, fondatori del nuovo mondo e di aziende miliardarie nate in un garage, avessero operato a Napoli o a Milano probabilmente li avrebbero arrestati subito. Le regole sono indispensabili, ma è indispensabile lasciare la libertà di creare, di sperimentare, di cambiare. Una volta lo sapevamo fare, oggi meno.