Arper è un’azienda fondata nel 1989 da Luigi Feltrin, oggi presidente onorario. Ha un fatturato di 72 milioni di euro (bilancio 2018) per l’80 per cento dal contract: produce sedute, tavoli e complementi d’arredo per la collettività, il lavoro e la casa. Arper ha 260 dipendenti distribuiti nella sede di Monastier di Treviso, nelle quattro consociate e negli 11 showroom nel mondo. La presiede Claudio Feltrin, che è anche presidente di Assarredo.

Presidente Feltrin, partiamo dalla sostenibilità. Cosa significa per Arper?

"Per noi ha un profondo significato. Diciamo che dal 2005 abbiamo cominciato a trattare il tema visto che in molti paesi, ad esempio in Nord Europa, questa sensibilità esisteva già. All’inizio dovevamo avere le certificazioni necessarie per partecipare alle gare. Ma non ci siamo fermati a questo".

Cosa avete aggiunto?

"Facendo di necessità virtù, in modo naturale abbiamo affrontato un ragionamento più complessivo che ci fa dire che non sei sostenibile solo perché fai dei prodotti sostenibili ma perché accanto all’obiettivo principe dell’utile metti anche lo stile con cui raggiungi il risultato".

Il tema del ruolo dell’imprenditore...

"Certo. Da mio papà e da mia mamma in poi, abbiamo basato le nostre azioni sempre sull’onestà intellettuale, sulla serietà e sulla coscienza di essere parte della società. Tutti abbiamo un compito: noi che siamo imprenditori abbiamo una leva in più, perché ogni imprenditore dà la sua impronta, e da noi l’impronta della sostenibilità e dell’etica è fondamentale".

Ci saranno nuovi passi in questa direzione?

"Stiamo ragionando anche sul cosiddetto bilancio sociale, perché riteniamo necessario valorizzare l’azienda anche per le azioni meno legate a un fattore economico che nel tempo possono diventare ancora più importanti dei numeri stessi. È ovvio che il business ha bisogno di utili, ma c’è modo e modo: ecco che il bilancio sociale tiene al suo interno tutti quei valori aziendali che numericamente non sono rilevati ma sono importanti".

È qualcosa che la clientela mostra di apprezzare?

"Assolutamente sì. Vediamo come si sta muovendo oggi la sensibilità dei giovani, che vogliono sapere come i prodotti vengono fabbricati, quali sono le logiche produttive e di commercializzazione. Nel nostro comparto il bello fino a qualche anno fa era l’unico fattore che creava la differenza. Oggi è una delle componenti, e forse neanche proprio la prima: per le giovani generazioni, il fatto che il tuo modello di business è sostenibile ed etico, conta forse più dell’estetica. E quindi bilancio sostenibile, social impact e b-corp sono strumenti utili".

Arper è un’azienda che compete sul mercato globale. Come riesce a confrontarsi con i giganti americani e asiatici?

"Vent’anni fa siamo passati dal mondo della casa a quello del contract. Ma abbiamo salvaguardato il gusto del colore e del calore della casa, portandolo in un mondo molto pragmatico, con prodotti pensati più da ingegneri che da architetti, funzionali ma non proprio gradevoli. Siamo entrati con una nostra specificità, la bellezza e il colore. Arrivando da buoni ultimi, abbiamo intravisto una grande opportunità con il soft-contract: siamo intervenuti su alcune aree del mondo lavoro, come le hall d’ingresso e le sale riunioni, ottenendo apprezzamenti. Ci confrontiamo con dei giganti ma noi siamo più agili di loro. È la storia di Davide e Golia".