Bruno Villois La nostra ripresa economica è in fase di decollo, così dicono le previsioni dei maggiori istituti ed enti preposti alle analisi economiche, ma i consumi interni restano al palo. Solo ristoranti e affini hanno ripreso in modo duraturo le loro attività, mentre le altre attività merceologiche, come...

Bruno

Villois

La nostra ripresa economica è in fase di decollo, così dicono le previsioni dei maggiori istituti ed enti preposti alle analisi economiche, ma i consumi interni restano al palo. Solo ristoranti e affini hanno ripreso in modo duraturo le loro attività, mentre le altre attività merceologiche, come abbigliamento e accessori, fanno fatica a tornare ai livelli pre Covid. A tirare la volata è l’intero comparto manifatturiero a trazione export, che in questi ultimi tre mesi ha superato i livelli pre pandemia. Ma senza un corposo rilancio dei consumi interni manca alla ripresa una componente essenziale.

I motivi che lo stanno ritardando derivano dall’insufficiente crescita del nostro Pil degli ultimi 20 anni, pari a meno della metà di quello tedesco e francese e addirittura di due terzi di quello spagnolo. Adesso però a spaventare gli italiani è il combinato disposto dell’effetto pandemia e del rischio disoccupazione, dovuto alla profonda trasformazione delle produzioni industriali e dei servizi, che potrebbe generare un lungo periodo di transizione nel quale la perdita dei posti di lavoro potrebbe essere massiccia con la diminuzione dell’uso del capitale umano a favore dell’intelligenza artificiale. Non a caso i depositi bancari delle famiglie hanno avuto un picco nello scorso anno, sintomo primario di sfiducia nel futuro. Il governo dovrebbe stimolarne l’immissione in investimenti, sia in strumenti finanziari non speculativi, sia in azioni dirette al sostegno di piccole e micro imprese. Importante sarà smobilizzare i capitali destinati a raccolte improduttive.