"Plastica, Ben. Il futuro è nella plastica". Con la pandemia di Covid-19 sembra di essere tornati ai tempi de Il Laureato, il film del ‘67 in cui Ben Braddock-Dustin Hoffman, fresco di studi, si sentiva dare questo consiglio profetico. La plastica monouso è tornata alla ribalta, con l’ubiquità di mascherine, schermi di tutti i tipi e imballaggi per l’asporto, tanto che i due colossi del settore Ineos e Trinseo, in Europa e negli Usa, stanno registrando un aumento delle vendite a due cifre nell’imballaggio alimentare e nell’assistenza sanitaria. Nell’ultimo decennio, del resto, un’ondata d’investimenti senza precedenti - almeno 200 miliardi di dollari, secondo l’American Chemistry Council - è stata immessa da società come ExxonMobil, Dow, Shell e Bp in nuovi impianti petrolchimici per sfruttare gli idrocarburi a buon mercato estratti con il fracking. Questa inondazione di prodotti che diventano rifiuti nel giro di mezz’ora, ma richiedono centinaia di anni per decadere, è destinata a invadere l’ambiente di microplastiche letali per la fauna marina e ormai presenti anche sulle nostre tavole. Non solo tartarughe e capodogli mangiano la plastica. Anche noi umani, in base a uno studio dell’università di Newcastle in Australia, ingeriamo un quarto di chilo di plastica all’anno, l’equivalente di una carta di credito alla settimana.

Lo studio, commissionato dal Wwf, chiude finalmente il cerchio delle indagini sull’inquinamento da plastica, combinando i dati raccolti da 50 precedenti ricerche e rivelando quali sono gli alimenti in cui la concentrazione di microplastiche è maggiore: l’acqua di rubinetto e in bottiglia, il sale, la birra e i frutti di mare. Si tratta di un problema che può essere risolto solo affrontando le cause alla radice. Se non si vuole la plastica nel corpo umano, bisogna fermare i milioni di tonnellate di plastica che continuano a essere diffusi nella natura. Dagli anni Sessanta a oggi sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica non biodegradabile e in base a un recente studio dell’università della California, guidato da Roland Geyer, entro il 2050 questa montagna sarà quadruplicata, arrivando a 34 miliardi di tonnellate. Dal 2010 i big della petrolchimica hanno investito 186 miliardi di dollari in 318 nuovi stabilimenti, che porteranno a un aumento della produzione annuale di plastica da fonti fossili del 40%.

Di questa enorme massa, solo il 9% è stato riciclato e il 12% bruciato nei termovalorizzatori, mentre il 79% è disperso nell’ambiente. Nello studio - il più completo identikit sulla storia di questo materiale - si stima che metà dei 380 milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno diventa rifiuto dopo un uso che dura da 20 minuti a 1 anno. Il nostro Paese non fa eccezione. Con 7,2 milioni di tonnellate di articoli di plastica sfornati nel 2019, l’Italia è il secondo produttore in Europa, dopo la Germania. Di questi, 2,2 milioni di tonnellate sono imballaggi, gli unici articoli presi in carico dalla raccolta differenziata, che ne ha intercettati poco più della metà, oltre 1,3 milioni di tonnellate. Il resto è finito nell’indifferenziata e quindi in un termovalorizzatore oppure in discarica, se non è stato dato alle fiamme a cielo aperto, come accade ormai quasi ogni giorno nei depositi che straboccano, visto che la Cina ha chiuso i confini ai rifiuti occidentali.

"In Italia c’è carenza di impianti, per cui il prezzo del conferimento alle discariche e ai termovalorizzatori è triplicato negli ultimi anni, creando un forte disincentivo per gli operatori a farsi carico di questi costi. Ecco perché i rifiuti vanno a fuoco, è un modo più economico per disfarsene", spiega Antonio Ciotti, presidente del Corepla, il consorzio che tratta gli imballaggi di plastica. Nel 2019 il consorzio ha avviato a riciclo quasi 620mila tonnellate di imballaggi di plastica, meno di un decimo di tutti i materiali di plastica prodotti in Italia.