di Claudia Marin

La grande partita del rinnovo dei contratti collettivi di lavoro scaduti per oltre dieci milioni di lavoratori comincia oggi, lunedì 7 settembre. Alla foresteria della Confindustria di Via Veneto si ritroveranno i leader di Cgil, Cisl e Uil e il presidente degli industriali, Carlo Bonomi. Al centro del tavolo: la ripresa delle trattative per milioni di dipendenti che non vedono un aumento salariale da anni e che in questi mesi sono stati in gran parte in cassa integrazione. Ma gli incrementi retributivi saranno solo un capitolo del confronto. In gioco ci sono "anche" l’orario di lavoro e la produttività, così come la riforma degli ammortizzatori sociali e il rilancio delle politiche attive.

La sfida, in realtà, è già partita da tempo, a distanza. I vertici delle confederazioni spingono per il rinnovo dei contratti nazionali, considerandoli non solo un diritto per milioni di lavoratori ma anche un volano per la ripresa dei consumi e, quindi, per la crescita. Bonomi ha già fatto sapere che Confindustria intende rinnovarli, ma li vuole "rivoluzionari": in un mondo che è cambiato va archiviato il metodo del "vecchio scambio di inizio Novecento tra salari e orari".

Eppure, "l’idea che si possono non rinnovare i contratti e che non debbano distribuire il salario non è una rivoluzione è restaurazione – incalza Maurizio Landini – E’ un modo per non rinnovare i contratti". Quando, al contrario, rinnovare i contratti nazionali "deve essere un fatto normale in un Paese moderno e civile", insiste Anna Maria Furlan, sostenendo che invece in molti settori, a partire proprio dalla sanità privata, "stiamo riscontrando un atteggiamento irresponsabile delle controparti". E la vertenza sulla sanità privata è riesplosa dopo che a fine luglio, al termine di una trattativa durata tre anni, è saltata la firma definitiva, da parte di Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) e Aris (Associazione religiosa istituti socio-sanitari), della pre-intesa raggiunta il 10 giugno sul rinnovo del contratto, che interessa circa 100 mila lavoratori. Di qui la nuova protesta dei sindacati che hanno proclamato uno sciopero per il 16 settembre. Ma, sempre sul versante privato, l’altro nodo d sciogliere è quello della lspaccatura sul contratto dell’industria alimentare 2019-2023, siglato a fine luglio da Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil con Unionfood, Ancit e AssoBirra, ovvero tre delle 14 associazioni industriali del settore.

Nell’incontro la Furlan auspica si possa fare "chiarezza e sbloccare non solo tutti i rinnovi ma anche cominciare a discutere di modernizzazione delle relazioni industriali, puntando su partecipazione dei lavoratori, formazione, tutela dei salari legata alla produttività ed alla qualità".

Da rinnovare, del resto, c’è anche il contratto dei metalmeccanici scaduto a fine 2019, tra i più corposi, che riguarda infatti circa 1,6 milioni di lavoratori: il negoziato tra le parti, Federmeccanica e Assistal con Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil, riprenderà il 16 settembre. Nella Pubblica amministrazione, invece, l’ultimo contratto dei dipendenti pubblici è stato firmato dopo un blocco di dieci anni ma è già scaduto. Deve essere rinnovato per il triennio 2019-2021 e per ora con le leggi di Bilancio che si sono succedute sono stati stanziati 3,4 miliardi di euro. Per l’Aran ciò porterebbe ad aumenti di 100 euro. Una cifra che non basta per i sindacati, che puntano a 120-125 euro. Bisognerà vedere se la prossima manovra stanzierà ulteriori risorse. Ma non è solo la parte economica a tenere banco: c’è da regolare anche lo smart working e tutto ciò che lo caratterizza, dalla disciplina dei buoni pasto alla disconnessione.

Ad agevolare la ripresa delle trattative, però, potrebbe essere la previsione del governo di una decontribuzione e di una detassazione degli aumenti salariali. Anche se per Landini l’agevolazione dovrebbe andare solo a quelle imprese che applicano i contratti nazionali e riconoscono la qualità del lavoro.