di Lorenzo Frassoldati

La pandemia spinge la pasta, meglio se 100% italiana. Nei primi sei mesi dell’anno i pastifici italiani hanno dovuto affrontare un picco di richieste, che si è tradotto in una crescita a doppia cifra della produzione in valore. I consumi di spaghetti e maccheroni con grano duro di origine solo nazionale – conferma il report Ismea ‘Tendenze sul frumento duro’ – nel primo semestre mettono a segno aumenti del 23% in quantità e del 28,5% in valore.

Questo in controtendenza rispetto all’andamento in calo degli acquisti nazionali di pasta generica. Il dato conferma "in un comparto ormai maturo, che il richiamo all’origine nazionale della materia prima ha fornito un forte e nuovo stimolo per le famiglie". Il peso della pasta 100% italiana sui consumi totali di quella di semola secca, segnala Ismea, è costantemente aumentato: da una quota del 14% in volume e del 17% in valore nel 2018, ha superato nei due casi il 20%. Durante i mesi del lockdown, in analogia a quanto verificatosi per l’intero comparto alimentare, anche le vendite di pasta sono risultate in netto aumento: nei primi sei mesi del 2020 fanno infatti segnare una crescita su base annua dell’8% in volume, e del 13,5% della spesa. In generale l’attuale pandemia e le conseguenti misure restrittive, hanno esposto le industrie della trasformazione molitoria e pastaria italiana a una forte vulnerabilità, data la strutturale dipendenza dalla materia prima estera. Ismea ricorda, infatti, che i quantitativi di granella che provengono oltre frontiera oscillano annualmente tra il 30% e 40% del fabbisogno delle imprese.

Anche l’export ha tirato: nel primo trimestre dell’anno, secondo il Monitor sui distretti agroalimentari di Intesa Sanpaolo, la filiera della pasta e dei dolci è quella che realizza il maggior contributo alla crescita dell’export agroalimentare arrivando a superare il miliardo di euro, con un incremento del 27,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La filiera grano duro-pasta è fortemente squilibrata. Grande campione di export , l’Italia esporta più della metà della pasta che produce (il 56%) per un valore (dati 2017) di 2,4 miliardi di euro. Lo squilibrio: mentre di grano duro di qualità siamo deficitari (ne importiamo ogni anno grandi quantità) spaghetti e maccheroni contribuiscono all’attivo della nostra bilancia commerciale con l’estero.

Il problema si risolverebbe producendo più grano duro e di maggior qualità. Lo strumento? L’interprofessione, cioè contratti di filiera (produttori-mulini-pastifici), con prezzi garantiti ai produttori e impegno a favorire qualità e tracciabilità, per contrastare la volatilità dei prezzi all’origine del grano. Aggregazione e contratti di filiera sono il futuro, dice Agrinsieme (coordinamento fra Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza Cooperative Agroalimentari): "Anche quest’anno, nonostante l’impennata dei consumi di pasta, il prezzo del grano ha subìto rialzi molto contenuti, a dimostrazione del fatto che la strada da percorrere è ancora lunga".