di Achille Perego In undici anni dalla sua introduzione (gennaio 2010) non ha avuto grande successo con le cause da contare sulla punta delle dita. E con risarcimenti ben lontani da quelli milionari degli Stati Uniti. Ma da oggi la class action dovrebbe decollare anche in Italia con l’entrata in vigore ieri, dopo quattro rinvii, della legge 31 del 2019. Una rivoluzione che, spiega il professor Ugo Ruffolo, ascoltato in audizione parlamentare sia per la prima legge sia per la riforma e curatore del recente volume Class action ed azione collettiva inibitoria (Giuffré Editore) "eleva ad azione generale la class action e...

di Achille Perego

In undici anni dalla sua introduzione (gennaio 2010) non ha avuto grande successo con le cause da contare sulla punta delle dita. E con risarcimenti ben lontani da quelli milionari degli Stati Uniti. Ma da oggi la class action dovrebbe decollare anche in Italia con l’entrata in vigore ieri, dopo quattro rinvii, della legge 31 del 2019. Una rivoluzione che, spiega il professor Ugo Ruffolo, ascoltato in audizione parlamentare sia per la prima legge sia per la riforma e curatore del recente volume Class action ed azione collettiva inibitoria (Giuffré Editore) "eleva ad azione generale la class action e l’azione inibitoria collettiva". Entrambe "escono dal ghetto della tutela consumeristica e diventano proponibili da tutti contro tutti, all’americana per le azioni di classe e con l’azione collettiva addirittura accordata a chiunque".

Finora la class action e l’azione collettiva inibitoria erano confinate nel Codice del consumo. Con la riforma sono entrate a far parte del Codice di procedura civile e quindi le cause collettive possono riguardare tutti (anche imprese contro imprese) e possono essere intentate non solo verso un’azienda ma anche nei confronti dei diritti lesi dal comportamento di enti gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità (dai trasporti alla sanità), non però contro la Pubblica amministrazione.

A frenare finora il ricorso allo strumento di tutela collettiva sono stati i costi, la macchinosità della procedura, la modesta economia delle cause (spesso "bagatellari" come le definisce il professor Ruffolo) e quindi lo scarso interesse degli studi legali a patrocinarle diversamente dagli Stati Uniti dove – come raccontano il film su Erin Brockovick e quelli ispirati ai libri di Grisham – agli avvocati va anche un terzo dei risarcimenti milionari. Il principio ispiratore della riforma è quello di favorire un solo procedimento promosso da più individui piuttosto che far partire tanti procedimenti identici da singoli individui.

Chi ritiene di aver subito un danno (ad esempio un incidente per il difetto dei freni dell’auto) può promuovere l’azione di classe come succedeva prima ma con la novità che questo riguarda non solo i consumatori e che in caso di successo avranno diritto al risarcimento tutti coloro che hanno aderito alla causa anche dopo il primo verdetto favorevole. La riforma prevede anche l’azione collettiva inibitoria che finora poteva essere intentata solo da alcune associazioni di consumatori ed ora da tutti e che riguarda la lesione degli interessi collettivi anche senza il danno individuale. Per esempio un prodotto ritenuto cancerogeno prima che ci sia un caso conclamato di tumore. E quindi con la possibilità che il giudice blocchi quel bene o imponga all’azienda di correggerlo.

Inoltre, le nuove norme della class action introducono premi per gli studi legali e la partecipazione alle cause di nuove figure professionali che rispondano a requisiti come quelli, per esempio, richiesti per i curatori fallimentari. Così, conclude il professor Ruffolo, se finora veniva "consegnata a Davide una fionda contro Golia" adesso quella fionda "rischia di trasformarsi in un bazooka".