L’Italia soffre di malattie croniche da bassa produttività e alto debito pubblico, da prima della pandemia. Acciacchi che non hanno impedito di stare nella parte alte delle classifiche globali dell’economia. "Le imprese italiane si sono mostrate all’altezza delle sfide – ragiona Emma Marcegaglia – ed è qualcosa di veramente incredibile" ragiona Emma Marcegaglia e snocciola dati del Centro Studi di Confindustria: il 2019 ha visto l’Italia riconquistare il settimo posto – era scesa all’ottavo – tra le dieci economie più forti. Il Trade performance index che misura la vitalità dell’export dei Paesi vede l’Italia al terzo posto nei mezzi di trasporto dietro a Germania e Cina, al secondo posto nella meccanica non elettronica – dietro alla Germania, davanti alla Cina – e nella meccanica elettrica ed elettrodomestici – dietro la Germania, davanti alla Francia. Al terzo posto per prodotti manufatti di base, sempre dietro Germania e Cina. Al secondo posto per il tessile, al primo nell’abbigliamento e nel comparto cuoio pelletterie e calzature.

Sono primati conquistati sul campo, mai per sempre. "Non vedo un rischio di deindutrializzazione – spiega Marcegaglia –. I numeri di cui abbiamo parlato dimostrano la vitalità dell’impresa italiana, almeno di quella media, grande, itnernazionalizzata. Il fronte da difendere, semmai, è quello delle piccole e piccolissime imprese. È possibile che molte abbiano difficoltà a sopravvivere, bisognerà stare molto attenti a non perdere il loro patrimonio di conoscenza e di saper fare". L’attesa del vaccino sta accendendo più di una speranza, ma è un paravento che non impedisce di guardare negli occhi le difficoltà, a partire dall’emergenza lavoro. Il convitato di pietra si chiama blocco dei licenziamenti. "Le misure di sostegno sono state prese giustamente per affrontare una situazione sociale grave – ragiona Marcegaglia – ma è evidente che una misura come il blocco dei licenziamenti non potrà andare avanti. Nessuno vuole licenziare, ma le imprese vanno messe nelle condizioni di poter agire liberamente sul mercato, crescere e, così facendo, ricreare le condizioni per creare nuovi posti di lavoro e riassorbire parte di quelli persi per colpa della crisi economica".

I piani europei spingono su tasti individuati da tempo, per esempio, dall’Agenda Onu 2030 o nelle riflessioni del filosofo Luciano Floridi che li ha dipinti con i colori verde e blu: il verde dell’economia sostenibile e il blu dell’innovazione digitale. "Sono i binari giusti – continua l’imprenditrice –. Che carte può giocare il Paese? Sulla sostenibilità abbiamo ottime carte: l’economia circolare l’abbiamo inventata noi, l’83% dei rifiuti speciali prodotti in Italia vengono recuperati. la transizione energetica, quella fatta con razionalità, è una realtà grazie ai piani dei nostri big come Eni che conosco bene, ma anche Enel o Terna. Sul digitale, al contrario, siamo indietro. Avere interrotto Industria 4.0 è stato un errore, ora è stata rilanciata e potenziata. I dati dimostrano che provvedimenti di questo tipo hanno effetti soprattutto su chi ha una bassa digitalizzazione, ma dicono anche che le imprese, se stimolate, rispondono".

Paolo Giacomin