Qualcuno (università Cattolica, mi sembra) ha calcolato quanto verrebbe a costare la realizzazione del piano Colao (l’unico esistente) nell’arco di cinque anni: 170 miliardi di euro in totale. Nel conto mettiamo molti imprevisti, e diciamo che si potrebbe arrivare a 300 miliardi, cioè 60 miliardi all’anno. È una cifra sostenibile? Grosso modo si tratta di quello che oggi si spende per gli interessi sul debito accumulato. Spese che quindi di fatto dovranno raddoppiare. Ma con possibili incidenti di percorso.

Il primo di questi incagli è quasi sicuro. In questo momento tutti stanno cercando di immettere denaro fresco nelle proprie economie per evitare una pesante recessione. E questo va bene. È inevitabile, però, che tanta moneta alla fine sfoci in un’ondata inflazionistica. E, al limite, anche questo va bene: l’inflazione spinge la gente a comprare oggi quello che potrebbe comprare domani (per paura dei prezzi in aumento) e funziona come acceleratore della ripresa. Purtroppo, insieme all’inflazione sale anche un altro elemento: i tassi di interesse sui debiti. E questo è male per un paese come l’Italia che si avvia verso i 3 mila miliardi di debiti pubblici. Non si sa come il governo (questo o altri eventuali) abbia intenzione di sistemare la faccenda. Le strade non sono molte, ma qualunque venga scelta, si va verso un trasferimento netto di denaro dai cittadini alle casse dello Stato

Una scappatoia potrebbe essere rappresentata da qualche pesante colpo da infliggere alla burocrazia, che però è dura a farsi tagliare. È il caso di ricordare il caso più clamoroso. Anni fa Ernesto Rossi scopre che esiste, pieno di gente, il ministero dell’Africa orientale italiana, che però non esiste più. Nella confusione, si sono dimenticati di chiudere il rispettivo ministero, che quindi ha continuato a esistere, con gli uffici trasformati dagli impiegati in centri di consulenze private. Lo Stato, insomma, pagava gente che gli faceva poi la guerra burocratica da un ministero incaricato formalmente di gestire una cosa, l’Africa orientale, ormai inesistente.