Lavoratori della miniera di rame di Escondida, in Cile, la più grande al mondo
Lavoratori della miniera di rame di Escondida, in Cile, la più grande al mondo
di Achille Perego Avevano già toccato livelli record e adesso i prezzi del rame rischiano di aumentare ancora di più. Conseguenza dello sciopero alla Escondida, la più grande miniera di rame al mondo, responsabile del 10-15% del Pil del Cile. Sono 2.164 i lavoratori (solo 11 i contrari) della miniera a contestare la nuova offerta contrattuale – ritenuta ultimativa dalla multinazionale anglo-australiana Bhp Group Ltd – perché tradirebbe le aspettative su bonus più generosi. E se nel 2017 uno sciopero di 44 giorni consecutivi causò all’azienda perdite per 740 milioni di dollari, quello appena...

di Achille Perego

Avevano già toccato livelli record e adesso i prezzi del rame rischiano di aumentare ancora di più. Conseguenza dello sciopero alla Escondida, la più grande miniera di rame al mondo, responsabile del 10-15% del Pil del Cile. Sono 2.164 i lavoratori (solo 11 i contrari) della miniera a contestare la nuova offerta contrattuale – ritenuta ultimativa dalla multinazionale anglo-australiana Bhp Group Ltd – perché tradirebbe le aspettative su bonus più generosi. E se nel 2017 uno sciopero di 44 giorni consecutivi causò all’azienda perdite per 740 milioni di dollari, quello appena iniziato nella miniera cilena che fornisce il 28% della produzione mondiale rischia di far ripartire la corsa del rame (quasi 9750 dollari la tonnellata), destinato secondo il mercato, se lo sciopero proseguisse, a ritoccare il record di 10.747 dollari di maggio.

Intanto non accenna ad allentarsi, nella siderurgia, la carenza dell’acciaio inox quotato ieri 4,20 euro al chilogrammo ma che potrebbe presto arrivare fino a 4,60. Non è da meno l’alluminio con il future a 3 mesi che ha toccato – per la carenza di offerta cinese – il nuovo massimo decennale su base intraday a 2.600 dollari la tonnellata. E proprio la carenza di materie prime come acciaio e schede elettroniche ha portato ieri la Electrolux di Susegana (Treviso) ad annunciare 13 settimane di cassa mentre in Germania rischia di frenare la ripresa.

La ripartenza post-Covid ha portato con sé innanzitutto il forte aumento delle materie prime a partire dal petrolio tornato a 75 dollari al barile. E a cascata sono rincarati i metalli (rame, platino, zinco, nichel, silicio, litio, manganese, cobalto, con punte del 130% per lo stagno e del 450% per il rodio, una delle terre rare) utilizzati dall’industria dell’auto, dell’elettronica, degli elettrodomestici e collegati alla transizione green e digitale. Ma le aziende devono fare i conti anche con la scarsità dell’offerta.

Il combinato prodotto da ripresa mondiale a "V" post Covid e cambiamenti imposti dalla pandemia, commenta Maurizio Mazziero, esperto di materie prime e alla guida della Mazziero Research, "farà sì che, sebbene nei prossimi mesi i prezzi dovrebbero ridimensionarsi, il gradino prodotto da questo balzo in avanti resterà. Un po’ come è successo con il passaggio dalla lira all’euro". Ai rincari delle materie prime si aggiunge il forte incremento dei costi di trasporto, da quelli su gomma a quelli via nave. Con il costo-container in alcuni casi triplicato e quadruplicato. Ma i rincari non hanno risparmiato, rileva Coldiretti, i prezzi internazionali dei cereali (+33,8% nell’anno) seguiti dai prodotti lattiero caseari (+22%) e dalla carne (+15,6%).

Quanto basta per guardare a settembre con preoccupazione anche per il carrello della spesa che, se resteranno le tensioni su materie prime, energia e trasporti, avverte Alberto Frausin, presidente di Federdistribuzione, potrebbe risentirne per alcuni beni nonostante le politiche di contenimento dei prezzi delle catene distributive.