di Leo Turrini MARANELLO Finalmente la Ferrari torna sul gradino più alto del podio in Formula Uno! Gran bella notizia, a prescindere. Solo che stiamo parlando della cantina di Trento, mica della Rossa di Maranello. Per ora confinata nel sottoscala degli ordini d’arrivo. Gradevole è la storia, che vale anche testimonianza di una eccellenza nazionale. È di ieri la conferma ufficiale: per le prossime tre stagioni, la vittoria nei Gran Premi sarà celebrata brindando con una bottiglia Jeroboam di Ferrari Trento Doc. Italianissime bollicine per i cavalieri del rischio, per gli eroi della velocità. E tanti saluti ai concorrenti di...

di Leo Turrini

MARANELLO

Finalmente la Ferrari torna sul gradino più alto del podio in Formula Uno! Gran bella notizia, a prescindere. Solo che stiamo parlando della cantina di Trento, mica della Rossa di Maranello. Per ora confinata nel sottoscala degli ordini d’arrivo.

Gradevole è la storia, che vale anche testimonianza di una eccellenza nazionale. È di ieri la conferma ufficiale: per le prossime tre stagioni, la vittoria nei Gran Premi sarà celebrata brindando con una bottiglia Jeroboam di Ferrari Trento Doc. Italianissime bollicine per i cavalieri del rischio, per gli eroi della velocità. E tanti saluti ai concorrenti di Francia.

"Per una azienda come la nostra – ha spiegato Matteo Lunelli, il presidente del brand trentino – questo non è un punto d’arrivo ma un punto di partenza. Abbiamo una tradizione che è lunga più di un secolo".

L’azienda vinicola fu fondata da Giulio Ferrari nel 1902. A Trento governavano ancora gli austriaci, ma con tutto il rispetto per l’imperatore Francesco Giuseppe, insomma, lo spumante era meravigliosamente italiano. E tale rimase quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Ferrari delle bottiglie affidò il marchio a Bruno Lunelli, che tanto per non sbagliare all’epoca gestiva una enoteca. Milioni e milioni di brindisi dopo, il gruppo fattura più di cento milioni di euro. Curiosa coincidenza: a perfezionare l’intesa, in veste di leader di Liberty Media, la multinazionale che gestisce il business della F1, è stato Stefano Domenicali, già capo del reparto corse dell’ “altra“ Ferrari, quella che corre. Questo è stato il suo commento: "È un riconoscimento alla qualità e alla eleganza di un grande brand tricolore".

Avesse parlato di un trionfo in pista di Carletto Leclerc, beh, meglio non avrebbe potuto dire...

IL CULTO. L’appuntamento con le bollicine viene da lontano, per chi corre a trecento all’ora. Il brindisi finale è un rito collaudato, anche se fra tradizione e globalizzazione non mancano le sorprese. Ad esempio, chi trionfa nella 500 Miglia di Indianapolis deve... accontentarsi di un bicchiere di latte. Mentre nei paesi che non ammettono l’alcol per ragioni religiose (Bahrain, Abu Dhabi) si fa ricorso a bevande tipo gazzosa. Ma la tradizione rimanda a momenti rimasti nella memoria collettiva dei fans. A Suzuka nel 2000, quando interruppe un digiuno iridato che per il Cavallino durava da ventuno anni, Michael Schumacher sottopose il manager Jean Todt ad una clamorosa doccia di champagne. E nel 2004 Rubens Barrichello, trionfatore con la Rossa in Cina, rovinò a colpa di spruzzi la costosissima giacca dell’avvocato Montezemolo, salito sul palco per celebrare la prima impresa ferrarista oltre la Grande Muraglia. Cose che mai sarebbero potute accadere con l’ultimo campione del mondo ferrarista, il finlandese Kimi Raikkonen: ribattezzato il Santo Bevitore, non sopportava lo spreco del prezioso nettare...

IN COPPIA. E sia: per il momento è facile ironizzare sulla Ferrari da podio, che è poi la cantina di Trento. Ma mettiamola così: tra eccellenze italiane ci si intende, magari a breve la Ferrari di Maranello farà compagnia alla omonima... collega.

Unica contro indicazione: pare che a Lewis Hamilton le nostre bollicine piacciano tantissimo.