A sinistra nel tondo Andrea Marinoni, senior partner di Roland Berger
A sinistra nel tondo Andrea Marinoni, senior partner di Roland Berger

In Europa è boom degli investimenti in intelligenza artificiale. Una crescita tumultuosa nell’ultimo quinquennio, con un incremento annuo del 55% dei fondi raccolti dalle start up dedicate. Tutto ciò nonostante l’ecosistema sia ancora frammentato e minacciato da alcune variabili esterne, prima fra tutte la Brexit. Una festa alla quale l’Italia ha partecipato non da protagonista, ma da comprimaria. Lo evidenzia Roland Berger, società di consulenza strategica globale che, in un recente studio condotto insieme a France Digitale, ha tracciato le dinamiche del comparto. La ricerca dimostra che la corsa per la conquista della leadership globale nel campo dell’intelligenza artificiale è aperta e che servono strategie coordinate in materia di investimenti, talenti e regolamentazione.

Tra i Paesi dell’Unione Europa – esaminati insieme a Norvegia, Svizzera e Israele – emergono chiaramente i campioni del mercato: Regno Unito, Francia, Israele e Germania. Questi quattro Paesi hanno raccolto investimenti in start up per 8,6 miliardi di dollari dal 2009 a oggi, ovvero l’80% del totale finanziato nel campo dell’intelligenza artificiale. Più indietro l’Italia che, dichiara Andrea Marinoni – senior partner di Roland Berger – "pur mostrando un promettente sviluppo del Venture Capital negli ultimi due anni è ancora marginale nel contesto internazionale e priva di vere operazioni series A, B e C. Ma il Fondo Nazionale Innovazione, su immagine dell’esperienza francese, potrà nutrire il nostro ecosistema e contribuire a realizzare una strategia europea nel campo dell’intelligenza artificiale".

Se guardiamo agli investimenti nel mondo start up, Israele è primo in termini di investimenti medi per singola azienda (4,7 milioni di dollari) nel periodo 2009-2019. Ma se consideriamo soltanto il mondo dell’intelligenza artificiale è la Francia a fare la parte del leone, con un tasso di crescita annuo degli investimenti in start up del 58% e una raccolta stimata a fine 2019 di 1,2 miliardi di dollari. Venendo al mercato globale, nel mondo i leader indiscussi in campo start up sono gli Stati Uniti, che nel 2018 hanno investito 4,5 miliardi di dollari con un valore medio poco inferiore a 10 milioni. In Europa il quadro è diverso: il numero di operazioni è maggiore rispetto a quello registrato negli Usa (980 contro 500) ma è decisamente inferiore il totale investito (3 miliardi di dollari), così come il valore medio per singola operazione (3 milioni di dollari). Dal 2014 a 2019 si è registrato anche un incremento consistente delle exit (ovvero la vendita delle quote della start up da parte di un fondatore o di chi vi ha investito al fine di realizzare un guadagno) concentrate per il 66% nel Regno Unito, Israele, Francia e Germania e la quasi totalità degli investitori è rappresentata dalle aziende (92%, di cui il 70% attive nel mondo tech).

Tornando all’Italia, secondo un’indagine dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, il mercato dell’intelligenza artificiale – tra software, hardware e servizi – ha raggiunto nel 2019 un valore di 200 milioni di euro, di cui il 78% commissionato da imprese italiane e il 22% realizzato attraverso l’export. Tra i diversi settori, l’intelligenza artificiale è diffusa in particolare nelle banche e nella finanza (25% del mercato), nella manifattura (13%), nelle utility (13%) e nelle assicurazioni (12%).

Il 96% delle imprese italiane che hanno già implementato soluzioni di intelligenza artificiale non rileva effetti di sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine; solo l’1% nota che ha eliminato alcuni posti di lavoro, mentre il 3% ha mitigato gli effetti sui lavoratori coinvolti grazie a strumenti di protezione sociale. Più che sostituire le capacità degli esseri umani, l’intelligenza artificiale le sta aumentando: il 48% delle imprese evidenzia che le soluzioni adottate non hanno direttamente coinvolto attività svolte dalle persone, il 28% che le attività sostituite hanno permesso ai lavoratori di dedicarsi con maggiore dedizione a quelle rimanenti, il 24% che sono stati necessari ricollocamenti, anche parziali, dei lavoratori coinvolti.

Nei prodotti e servizi acquistabili dai consumatori finali, però, la diffusione dell’intelligenza artificiale è ancora limitata. Secondo l’indagine, solo il 5% delle 407 categorie di prodotti o servizi sul mercato prevede questa funzionalità, percentuale che sale al 31% tra quelli "nativamente elettronici", come smartphone e automobili, ma anche televisori, sistemi audio, fotocamere, piccoli elettrodomestici. Se oggi il 19% della spesa totale delle famiglie italiane è indirizzato a categorie con almeno un prodotto o servizio che contiene l’intelligenza artificiale, nel breve periodo i ricercatori del Politecnico di Milano prevedono ampio spazio per nuove soluzioni.